
La Discarica dei Benpensanti
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Questo non è un blog
e mai lo sarà.
È una raccolta di "interventi",
di commenti, di pensieri.. liberi,
miei e di tutti.
Socrathe
Felice Lettura!
Philo-Sophia
Ecco il viaggio delle mie parole, breve e piacevole, da una stazione all’altra sul rapido della comunicazione;
niente fermate intermedie: diretto.
È questa la missione dell’amante delle sagge cose, è questo il mandato della
Philo Sophia..
Socrathe è un semplice soldato dell’esercito delle parole, un mercenario.. al soldo delle attese verità.
Socrathe
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Socrathe

La Maschera e L'inchiostro
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Vi ringrazio per l'accostamento al giudice Santiapichi, gentilissimi. Sono onorato. Ma Severino non potrebbe mai scrivere di Madama Topazia Caetani in modo così spregiudicato come ho fatto io. Non credete? Se l'avesse fatto attraverso le pagine di Sciclinews il povero Giuseppe Savà avrebbe avuto i servizi segreti di mezzo mondo sotto casa. Santiapichi è stato il padre del Processo Moro ed in quanto tale può scrivere solo di verità processuali. Siete stati troppo superficiali nella vostra indagine. Pensate che a scrivere bene siano sempre e solo i soliti patentati dei salotti letterari sciclitani. Ma non è così. Vi ho dimostrato che non è così affatto. E di questo sono orgoglioso. Ho dato voce al nulla. Con stile. Ed il nulla ha vinto sui pregiudizi e sulle cattive convinzioni di casta. La cultura, miei cari, non serve ad abbelire le vetrine dell'io conosciuto, quello che gli altri vedono, affinchè tutti possano ammirarla. La cultura è soprattutto intima conoscenza e consapevolezza di sè, cultura è conoscere i propri limiti, cultura è saper ascoltare gli altri, in silenzio, cultura è accogliere l'altro, poter e voler aiutare il prossimo. La cultura è un affare privato, intimo, appunto. L'erudizione è altra cosa. Voi confondete i due stadi del sapere.

LE PAROLE TRA NOI LEGGERE
Ritrovarsi é ritornare alla vita come dopo una morte annunciata ed esorcizzata. Ritornare come dopo una lunga assenza a sussurrare le parole più segrete del cuore, strette fra labbra chiuse, impedite quasi da gioiose attese. Si riaccendono luci nuove con frasi che mai avremmo prima pronunciato, che mai avremmo avuto il coraggio di ascoltare. Le forti emozioni trascinano le malinconie dei giorni vuoti per scale elicoidali di follie esistenziali, di deliri inconfessabili, di pazze allegrie esplose dopo forti bevute. No. Questa volta il sentimento ha prevalso sull’arida ragione dei numeri. La speranza ha lasciato filtrare dalle imposte socchiuse fili d’oro tessuti dal sole dell’aurora. Ed eccoci di nuovo insieme. L’amato e l’amata. Io e
Un Uomo Libero
Una fotografia… che sarà mai una fotografia: una fotografia può dire molto più di quanto possa dire io, ora, scrivendo e cercando di modellare le parole a mio piacimento. La fotografia di Davide evoca, è interpretabile… ti trascina nell’universo emotivo di chi l’ha scattata, ti ci trascina a forza: non scoprirai un universo ignoto, alieno… scoprirai una parte di te che di cui non conoscevi l’incredibile
esistenza,
scoprirai il mondo dei brividi senza alcun motivo, scoprirai il mondo del non detto.
Perché
un’immagine rubata al mondo del sensibile possa parlare
molto più di qualsiasi altro mezzo è presto detto: ad esempio un fotogramma è estratto dal film, la foto ha la pretesa di riassumerlo il film, ha la pretesa di contenere un’emozione senza aver bisogno di commenti, didascalie o interpretazioni: è lei a strapparti la tua interpretazione e a invitarti a scriverla a margine insieme
alle migliaia di altre, la fotografia è forse l’Arte maieutica
per eccellenza,
un metodo per imparare a conoscersi, uno specchio: e parlo sia dell’autore che del “fruitore” o libero interprete dello scatto.
La pellicola impressionabile siamo noi, c’è poco da fare; veniamo impressionati quotidianamente e questo è quello che ci forma, quello che ci permette di avere una identità, una personalità…
quello che ci permette di andare in giro a dire «Salve! Sono Tizio Caio».
Quello che Davide Moltisanti ha avviato da qualche anno è un gioco con la natura, un gioco con il sensibile, un giocare a guardie e ladri cercando di strappare al mondo lo scatto che riassuma
i fiumi del non detto, le infinite distese dell’emozione: è una fotografia altamente
evocativa, perché sentita; una fotografia legata a doppia corda con la sua terra, con la sua bella Isola, ma che riesce, anche per un non-Siciliano, a comunicare quelle sensazioni di cui sopra…
Gioca con l’acqua, gioca con la luce, Davide, è anche lui un Mastro Burattinaio,
un artigiano delle emozioni, un artista. Ma soprattutto gioca con la quotidianità, con la sincerità dei suoi inconsapevoli soggetti, si insinua tra i pensieri dei suoi vicini di panchina, quelli che diventeranno protagonisti dei suoi scatti, insieme ai sassi della vecchia Ibla (e di qualche altra città dei sogni), alle gocce d’acqua su una grata, ai petali appena nati di un bocciolo, ai cieli infuocati in un pomeriggio d’inverno, alla lieve risacca in una serata silenziosa senza luna.
Questa ricerca sofferta, solitaria, non ha la pretesa di aver raggiunto la Verità,
un punto definitivo: è piuttosto un ennesimo punto d’avvio, trampolino verso nuovi traguardi esistenziali, necessità incontenibile di scoprire e di scoprirsi attraverso il grandioso concerto della Natura che ironicamente
si manifesta talvolta nel modo più magnifico ed evidente, altre volte in modo silente, criptico, manifestazione audibile solo per i sensibili occhi del cuore.
Siamo dei bambini. Fanciulli che si meravigliano di ciò che li circonda,
cerchiamo disperatamente di riportare a galla ciò che di bello e di
inatteso c’è in questo mondo in cui spesso domina la distrazione e il culto
del contingente e dell’abitudinaria e
piatta quotidianità: cerchiamo una scintilla di vita in un crogiolo di sensazioni e di percezioni, scintilla che ci mantiene vivi come una bombola d’ossigeno.
Ma cosa volete che sia. È solo una silente ma ormai inarrestabile battaglia volta alla cosciente scoperta di sé. Scoperta che passa attraverso l’accurata ed emozionante indagine della Natura in ciascuna sua manifestazione. Le conclusioni appaiono sorprendenti.
Riflessioni silenziose.
Non ho mai parlato di Socrathe.
È giunta l’ora.
Socrathe, il nick name dal sapore antico, nasce per “singolar tenzone”, una sfida bella e buona, tra me, Socrathe, e Google. Sì, avete letto bene. La matematica dell’algoritmo di ricerca più potente al mondo che indicizza siti, parole chiave, nomi e numeri del web, contro la mia Vanitas. Vi spiego. Socrate è il nome del filosofo di cui tutti almeno una volta nella vita abbiamo sentito parlare. Google regala al Maestro almeno 2.000.000 di pagine indicizzate. Se avessi scelto Socrate come nick name avrei avuto poche speranze di essere visto e conosciuto nel web. Nasce Socrathe, univoco, con l’acca. Google impazzisce. «Chi è questo Socrathe, non lo conosco». L’algoritmo inizia a dare i numeri per davvero. Gli investigatori di Keywords -le parole chiave di ogni testo- della premiata agenzia Google sono in stato di allerta. Codice Rosso: « Socrathe non è indicizzato dal nostro database». È imbarazzo per i Keywords-bots (che è un diminutivo di ro-bots) ovvero processori ad altissima capacità di calcolo che hanno il compito di stanare la preda da indicizzare. E Google incassa la prima sconfitta. I bots, dopo aver indagato su milioni di riferimenti al mondo, notte e giorno, senza tregua, dichiarano alla base operativa che Socrathe non è il filosofo di Atene. Socrathe è Socrathe! È di Scicli quel birbante che s’è inventato l’acca d’interdizione. Con il figlio di Sofronisco non ha nulla a che vedere. Basta digitare su Google la parola Socrathe per rendersi conto. Tutti i risultati portano a Scicli e non ad Atene. Io con Socrate non ho proprio nulla da spartire. Quello era un filosofo per davvero, così dice Platone, io No. Lui non ha lasciato nulla, ma proprio nulla, di scritto. Io, sì. Bella differenza eh?
Mettere in difficoltà Google non è da tutti. Pensate a tutte le agenzie di comunicazione e valorizzazione di siti web che vendono links ed iscrizioni a directory iper-costose per spingere in quota Google un sito. A Socrathe, per scalare il paradiso del web rating, è bastata un'acca. Io ho dato voce ad una lettera da sempre muta e poco utilizzata nel giardino fonetico di ogni alfabeto. Ho rubato un nome nel paniere delle parole dove Google la fa da padrone, e l’ho fatto mio. Ho battuto Google con le sue stesse armi: le parole.
Continua..

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