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giovedì, 19 novembre 2009
Baarìa è un atto d’amo­re e di poe­sia. Un at­to di amore per la Sicilia, quella Sici­lia magica dove esi­stono tre rocce che se colpite dal lan­cio di un’unica pietra la terra si spa­lancherà e ne verrà fuori un tesoro di immani proporzioni. La Sicilia sì ma anche la piccola provincia e l’Ita­lia tutta che si fondono in un’unica dimensione. La dimensione da cui viene fuori un bambino poverissimo che ha scarpe che neanche possono definirsi tali, un piccolo a cui una ca­pra divora il libro di testo e che la maestra punisce perché non sa l’ita­liano. Un bimbo che dovrà guada­gnarsi da vivere raccogliendo dieci panieri di ulive e se non ci riuscirà gli uomini del padrone, don Giacin­to, lo sbatteranno con violenza sul tronco di un albero. Un bambino che promette di mangiare in quattro bocconi un enorme panino con le panelle (e ci riesce, a costo quasi di strozzarsi). E sullo sfondo c’è la ma­fia che uccide, misteriosa, guidata dai maggiorenti del paese con qual­che cenno degli occhi.

Negli Anni Trenta c’è l’antifasci­smo dello sberleffo: quello di un ven­ditore di salsicce che trova il modo di dire «porco» al podestà a passeg­gio nella via principale del paese e quello di un capocomico che into­nando una canzone, «Un’ora sola ti vorrei», sbeffeggia un’immagine di Mussolini. E ci sono i fascisti che mettono a soqquadro un negozio al­la ricerca di libri di «Marsss». Poi c’è la guerra con quel che la­scia dietro di sé. La guerra è una bomba rimasta sepolta e che fa per­dere una gamba a uno dei ragazzi che erano in un frutteto a rubare le pere. È un contadino che si azzoppa per non andare al fronte. Ma anche un soldato americano che in cambio di cipolle regala un paracadute e con il tessuto bianco quella povera gente potrà fare grembiuli per i bam­bini.

E quando finisce la guerra Peppi­no Torrenuova, il protagonista di questo racconto, è un «comunista» che comprerà tutti i bottoni neri di una merceria per far sfilare i suoi concittadini a lutto dopo la strage di Portella della Ginestra. Che infrange­rà l’usanza per cui gli uomini ballano con gli uomini e le donne con le don­ne, invitando Mannina la ragazza che diventerà sua moglie (dopo che lei ha respinto un pretendente im­pacciato e «borghese» e a seguito di una fuitina fatta dentro casa perché non ci sono i soldi per andare altro­ve). Un comunista che dopo un viag­gio in Unione Sovietica — per com­piere il quale ha turlupinato un vec­chio compagno facendosi prestare il cappotto comprato a rate — accenne­rà agli orrori che ha intravisto. Un ra­gazzo, poi un uomo del Pci, che non riuscirà a «fare carriera» nel partito e anziché deputato sarà al massimo consigliere comunale. Sua moglie lo seguirà sempre con una devozione non subalterna, anche quando capi­rà che a differenza di altri compaesa­ni lei e lui ricchi non lo diventeranno mai e neanche benestanti; lo aspette­rà quando Peppino sarà costretto a emigrare a Parigi e avrà un rapporto di ammiccamento, quasi di solidarie­tà con un’altra moglie, quella di un carabiniere, vicino di casa, che sarà «nemico» di suo marito in uno scon­tro di piazza. È un comunista che re­citerà assieme ai suoi compagni una sorta di atto di contrizione quando un suo compagno passerà non già al­la sponda opposta ma al Partito so­cialista.

E sì che Peppino è un «riformi­sta». A una riunione di un collettivo extraparlamentare suo figlio sentirà risuonare questa parola, «riformi­sta», come un’accusa infamante. Chiederà lumi al padre e questi gli ri­sponderà: «Riformista è uno che sa che a sbattere la testa contro il muro è la testa che si rompe, non il muro. Uno che vuole cambiare il mondo per mezzo del buon senso, senza ta­gliare teste a nessuno».

Baarìa è anche un atto d’amore nei confronti del cinema. Si colgono omaggi a Sordi, Lattuada, Fellini, Vi­sconti e in particolare a Francesco Rosi. C’è l’emozione di un bambino, il protagonista, che a cinque anni vie­ne portato dal padre a vedere Uno sguardo dal ponte e da quel momen­to collezionerà fotogrammi: di Cate­ne, Salvatore Giuliano, Il Vangelo se­condo Matteo, Il buono il brutto il cattivo, Incompreso.

Ed è un atto di straordinario amo­re nei confronti della politica. La poli­tica fatta, come si diceva una volta, dal basso, da quelli che ci credono davvero, quel tipo di politica che è nei ricordi di chiunque abbia dai trent’anni in su. Descritta senza reto­rica: una donna cieca riesce a votare per la Dc nonostante l’accompagnato­re comunista provi a ingannarla e a farle mettere la croce sul simbolo con la falce e martello; un consigliere comunale democristiano protesta con Peppino perché i comunisti non lo attaccano mai e con ciò compro­mettono la sua reputazione. E anche il rapporto tra cittadini e politici è rac­contato con ironia. C’è un uomo che per tutto il film rimprovera a suon di insulti i compagni che non riescono a fargli avere una pensione dall’Inps e che quando finalmente la ottiene non dice neanche una parola di rin­graziamento. Un assessore grasso e cieco che tasta casa per casa su un plastico il progetto che gli viene sot­toposto e poi con una mano prende la mazzetta da sotto il tavolo. Il popo­lo che a un comizio sfotte l’esponen­te comunista che alla fine di ogni fra­se chiede ai suoi compagni un sorso d’acqua.

E ancora. Una scena di sesso che l’insegnante autorizza a guardare dal­la finestra dell’aula a patto che i ragaz­zi assistano in silenzio. Il tema ricor­rente delle uova che si rompono e delle bisce nere presagi di sfortune e lutti. Una veggente identica alla non­na che assiste con dolcezza una fami­glia a cui pesa la progressiva scom­parsa degli anziani. Le statue mo­struose di villa Palagonia. Baarìa è un omaggio poetico al no­stro passato, che non stende veli sul­l’ipocrisia, sul male, sugli orrori. Ma l’omaggio di Giuseppe Tornatore è costruito in maniera tale da far emer­gere tra le righe e da farci riconosce­re i valori che sono andati smarriti e che ci piacerebbe ritrovare nel nostro futuro.

Paolo Mieli

lunedì, 16 novembre 2009
Viviamo in un flusso che sta distruggendo in ogni campo del sapere e del pensiero umano le vecchie categorie. Le vie del web pullulano di prostitute occasionali. Le ragazzine nei locali notturni delle città italiane offrono prestazioni in cambio di ricariche telefoniche, di droghe leggere, di capi firmati od anche solo di cocktails superalcolici. Siamo dinnanzi ad un fenomeno in mutazione intelligibile solo attraverso le lenti della postmodernità. Hanno ancora senso i significati di morale, di giusto, di lecito? Ci sono ancora persone che riflettono su tali categorie prima di determinarsi in un comportamento?  [Saint -Just]

DELLA PROSTITUZIONE E DEL SENSO DELLA MORALE

Nella foto, Patrizia D'addario, artista di strada molto vicina agli eventi umanitari, così recita la sua biografia.

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domenica, 15 novembre 2009

Non capisco che cosa ci sia di male nell’accettare la prostituzione come uno dei bisogni necessari dell’uomo. Pericle per primo lo ammise.

Un tempo, quando la giudaica ossessione del peccato non si era ancora impadronita del costume della società, la prostituzione era considerata un’autentica risorsa. Anzi. Nel passato remoto della nostra storia le coste e l’intero bacino del Mediterraneo pullulavano di luoghi di culto nei quali si esercitava un vero e proprio meretricio sacro. Maschile o femminile. I templi spesso erano costruiti su acropoli in vista del mare e lampade votive ardevano in essi perché da lontano potessero essere ben visibili dalle navi di passaggio. I marinai, dopo lunghi periodi di astinenza sessuale, ben volentieri cercavano e trovavano un approdo per salire al santuario. Bastava lanciare sul viso (o secondo Erodoto alle ginocchia) della donna prescelta una manciata di monete, non importa la quantità e il valore, per giacere con lei e “liberarla”. Erano donne, queste, votate alla dea dell’amore, scelte tra le migliori in mezzo al popolo e offerte per disimpegnare questo strano e delicato compito. Dopo la liberazione, la società le riaccoglieva come figlie predilette tributando loro grandissimi onori.

I resti del tempio dedicato alla dea Venere a Erice sono ancora oggi testimonianze ben visibili, preziose e scomode di un culto mediterraneo che troppo in fretta il cristianesimo volle seppellire.

Era anche molto frequente incontrare in luoghi sacri ebraici, uomini “evirati”, travestiti da donna, praticamente dei trans, i quali erano tenuti in alta considerazione nonostante molti passi della Scrittura ne condannassero la loro frequentazione e le esistenze.

Un’altra curiosità. La parola “benedizione” ha un’origine stravagante. Ha a che fare con i genitali maschili. Presso gli antichi Patriarchi era praticato, infatti, il bacio (o la toccata) dei genitali come gesto di assoluta sottomissione dei maschi della tribù all’autorità materiale e spirituale del patriarca. E ancora. Non solo in epoca patriarcale ma in tempi a noi più vicini, in Medio Oriente, per suggellare solennemente un giuramento o concludere ufficialmente un atto o un accordo pubblico tra due persone, bastava che una delle due afferrasse i genitali o il pene dell’altra.

E allora? Com’è facile capire, non tutto quello che oggi è considerato “il male” un tempo era tale.

Il Ceramico, il popolare quartiere dell’antica Atene, era noto in tutto il mondo classico per questi “loschi” traffici. Un intenso e febbrile viavai di prosseneti, ruffiane, puttanelle o vecchie baldracche, prostituti e giovani efebi, lo animava di giorno e di notte. Così pure il Pireo. Ci è stato tramandato il famoso processo a Timarco, un noto omosessuale della città, col sorriso in punta di labbra. Le etere, a somiglianza delle giapponesi geishe o delle cortigiane rinascimentali, erano donne coltissime, corteggiatissime, ben introdotte nella società del tempo. Come le prostitute che esercitavano in proprio, erano facilmente riconoscibili. Indossavano calzature di sughero che ne aumentavano di parecchio l’altezza (anticipatrici dei nostri tacchi altissimi) e  lasciavano impresso, sulla polvere delle strade, il loro inconfondibile richiamo: la parola “seguimi”.

Questo per dire quanto fossero assenti il senso e le moderne nozioni dello “scandalo” e del “peccato” in quella società indubbiamente molto più evoluta e più raffinata della nostra attuale. Per non parlare dell’antica Roma dove la Suburra dispensava quotidianamente ogni sorta di bravate che trovavano solo rivalità nella lussuria orgiastica della corte imperiale.

Col tempo, si sa, le mode cambiano. Spesso in peggio. Oggi l’Italia vive un isolamento culturale e politico -che è vero decadentismo ammantato di bigottismo- mai registrato negli annali della sua storia.  Dovremo purtroppo sperare nei corsi e ricorsi teorizzati da Giambattista Vico?

 

Un Uomo Libero

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domenica, 15 novembre 2009
Mario Biondi - Gil Scott Heron

Gil Scott Heron, chi era costui. Padre spirituale del moderno hip hop, poeta, anarchico e rivoluzionario. Troppo riduttivo definire i confini della sua opera nel limite confuso di tre aggettivi qualificativi. È stato il primo rapper della storia, riuscì ad appaiare la sediziosa lirica dei suoi testi con il blues armonico di News Orleans tagliato rigorosamente a soul&funky newyorkese. Il tutto annaffiato da una buona bottiglia di Jazz, d’autore. Fusion, nella New York ribelle di fine anni 60 l’ingovernabilità dei soulmen timidamente s’affacciava in classifica. Basta così. Prima o poi scriverò la storia della Black Music, mi farò questo regalo, egoisticamente, per minorare il debito con la musica che amo. E Jill Scott Heron ci sarà. E ci sarà pure Mario, sì, Mario Biondi il principe normanno dall’anima nera, sì, il nostro Mario Biondi, l’imperatore del soul Made in Italy, ci sarà, certo che ci sarà, eccome se ci sarà. Il terzo capitolo del nuovo romanzo sonoro del crooner catanese – If - gira la boa delle 400.000 copie vendute in tutto il mondo in appena due settimane di programmazione radiofonica. Pagine inedite di musica nera, una cover da brividi blu -Winter in America di Jill Scott Heron-, melodie d’altri tempi che corrono giù dalle balze infocate dell’Etna e arrivano dritte al vostro cuore. E vi bruciano l’anima.

Mario Biondi, Ecstasy, per voi, solo per voi.

 

E adesso ditemi se Mario non merita la storia..


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domenica, 25 ottobre 2009
Art. 1

L'Italia è una Repubblica pornografica, fondata sullo scandalo.
La sovranità appartiene alle Escorts e ai Trans che la esercitano nelle forme e nei limiti della Prostituzione.

Art. 2

La Repubblica riconosce e garantisce i pruriti erotici dell'uomo di governo a tutti i livelli, comunale, provinciale, regionale, centrale.

Art. 3

Tutte le Escorts e tutti i Trans hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti agli uomini dei nostri governi, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di coscia, di petto, di tacco e di punta.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della prostituzione e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione erotico-sessuale del Paese.

Art. 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto alla prostituzione e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria attitudine, un'attività o una funzione che concorra al progresso erotico e sessuale della nostra società.

Art. 5

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le forme di prostituzione locale; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento di Escorts e di Trans; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia del puttanesimo e del decentramento prostituzionale.

Art. 6

La Repubblica tutela con apposite norme la più antica professione del mondo, promuove lo sviluppo della cultura della prostituzione, patrimonio storico della nostra Nazione.



Questa è l'Italia che abbiamo regalato ai nostri figli...

domenica, 25 ottobre 2009

sabato, 24 ottobre 2009