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Negli Anni Trenta c’è l’antifascismo dello sberleffo: quello di un venditore di salsicce che trova il modo di dire «porco» al podestà a passeggio nella via principale del paese e quello di un capocomico che intonando una canzone, «Un’ora sola ti vorrei», sbeffeggia un’immagine di Mussolini. E ci sono i fascisti che mettono a soqquadro un negozio alla ricerca di libri di «Marsss». Poi c’è la guerra con quel che lascia dietro di sé. La guerra è una bomba rimasta sepolta e che fa perdere una gamba a uno dei ragazzi che erano in un frutteto a rubare le pere. È un contadino che si azzoppa per non andare al fronte. Ma anche un soldato americano che in cambio di cipolle regala un paracadute e con il tessuto bianco quella povera gente potrà fare grembiuli per i bambini.
Ed è un atto di straordinario amore nei confronti della politica. La politica fatta, come si diceva una volta, dal basso, da quelli che ci credono davvero, quel tipo di politica che è nei ricordi di chiunque abbia dai trent’anni in su. Descritta senza retorica: una donna cieca riesce a votare per la Dc nonostante l’accompagnatore comunista provi a ingannarla e a farle mettere la croce sul simbolo con la falce e martello; un consigliere comunale democristiano protesta con Peppino perché i comunisti non lo attaccano mai e con ciò compromettono la sua reputazione. E anche il rapporto tra cittadini e politici è raccontato con ironia. C’è un uomo che per tutto il film rimprovera a suon di insulti i compagni che non riescono a fargli avere una pensione dall’Inps e che quando finalmente la ottiene non dice neanche una parola di ringraziamento. Un assessore grasso e cieco che tasta casa per casa su un plastico il progetto che gli viene sottoposto e poi con una mano prende la mazzetta da sotto il tavolo. Il popolo che a un comizio sfotte l’esponente comunista che alla fine di ogni frase chiede ai suoi compagni un sorso d’acqua.permalink ::::: Grazie per i vostri commenti (1)(popup) :::: commenti (1) :::: categoria : paolo mieli, guerra, libertà , fame, giuseppe tornatore, tornatore, baarìa, michele placido baarìa, comizio michele placido
Viviamo in un flusso che sta distruggendo in ogni campo del sapere e del pensiero umano le vecchie categorie. Le vie del web pullulano di prostitute occasionali. Le ragazzine nei locali notturni delle città italiane offrono prestazioni in cambio di ricariche telefoniche, di droghe leggere, di capi firmati od anche solo di cocktails superalcolici. Siamo dinnanzi ad un fenomeno in mutazione intelligibile solo attraverso le lenti della postmodernità. Hanno ancora senso i significati di morale, di giusto, di lecito? Ci sono ancora persone che riflettono su tali categorie prima di determinarsi in un comportamento? [Saint -Just]permalink ::::: Grazie per i vostri commenti (5)(popup) :::: commenti (5) :::: categoria : morale, prostitute, saint just, patrizia daddario sito web
Non capisco che cosa ci sia di male nell’accettare la prostituzione come uno dei bisogni necessari dell’uomo. Pericle per primo lo ammise.
Un tempo, quando la giudaica ossessione del peccato non si era ancora impadronita del costume della società, la prostituzione era considerata un’autentica risorsa. Anzi. Nel passato remoto della nostra storia le coste e l’intero bacino del Mediterraneo pullulavano di luoghi di culto nei quali si esercitava un vero e proprio meretricio sacro. Maschile o femminile. I templi spesso erano costruiti su acropoli in vista del mare e lampade votive ardevano in essi perché da lontano potessero essere ben visibili dalle navi di passaggio. I marinai, dopo lunghi periodi di astinenza sessuale, ben volentieri cercavano e trovavano un approdo per salire al santuario. Bastava lanciare sul viso (o secondo Erodoto alle ginocchia) della donna prescelta una manciata di monete, non importa la quantità e il valore, per giacere con lei e “liberarla”. Erano donne, queste, votate alla dea dell’amore, scelte tra le migliori in mezzo al popolo e offerte per disimpegnare questo strano e delicato compito. Dopo la liberazione, la società le riaccoglieva come figlie predilette tributando loro grandissimi onori.
I resti del tempio dedicato alla dea Venere a Erice sono ancora oggi testimonianze ben visibili, preziose e scomode di un culto mediterraneo che troppo in fretta il cristianesimo volle seppellire.
Era anche molto frequente incontrare in luoghi sacri ebraici, uomini “evirati”, travestiti da donna, praticamente dei trans, i quali erano tenuti in alta considerazione nonostante molti passi della Scrittura ne condannassero la loro frequentazione e le esistenze.
Un’altra curiosità. La parola “benedizione” ha un’origine stravagante. Ha a che fare con i genitali maschili. Presso gli antichi Patriarchi era praticato, infatti, il bacio (o la toccata) dei genitali come gesto di assoluta sottomissione dei maschi della tribù all’autorità materiale e spirituale del patriarca. E ancora. Non solo in epoca patriarcale ma in tempi a noi più vicini, in Medio Oriente, per suggellare solennemente un giuramento o concludere ufficialmente un atto o un accordo pubblico tra due persone, bastava che una delle due afferrasse i genitali o il pene dell’altra.
E allora? Com’è facile capire, non tutto quello che oggi è considerato “il male” un tempo era tale.
Il Ceramico, il popolare quartiere dell’antica Atene, era noto in tutto il mondo classico per questi “loschi” traffici. Un intenso e febbrile viavai di prosseneti, ruffiane, puttanelle o vecchie baldracche, prostituti e giovani efebi, lo animava di giorno e di notte. Così pure il Pireo. Ci è stato tramandato il famoso processo a Timarco, un noto omosessuale della città, col sorriso in punta di labbra. Le etere, a somiglianza delle giapponesi geishe o delle cortigiane rinascimentali, erano donne coltissime, corteggiatissime, ben introdotte nella società del tempo. Come le prostitute che esercitavano in proprio, erano facilmente riconoscibili. Indossavano calzature di sughero che ne aumentavano di parecchio l’altezza (anticipatrici dei nostri tacchi altissimi) e lasciavano impresso, sulla polvere delle strade, il loro inconfondibile richiamo: la parola “seguimi”.
Questo per dire quanto fossero assenti il senso e le moderne nozioni dello “scandalo” e del “peccato” in quella società indubbiamente molto più evoluta e più raffinata della nostra attuale. Per non parlare dell’antica Roma dove
Col tempo, si sa, le mode cambiano. Spesso in peggio. Oggi l’Italia vive un isolamento culturale e politico -che è vero decadentismo ammantato di bigottismo- mai registrato negli annali della sua storia. Dovremo purtroppo sperare nei corsi e ricorsi teorizzati da Giambattista Vico?
Un Uomo Libero
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Gil Scott Heron, chi era costui. Padre spirituale del moderno hip hop, poeta, anarchico e rivoluzionario. Troppo riduttivo definire i confini della sua opera nel limite confuso di tre aggettivi qualificativi. È stato il primo rapper della storia, riuscì ad appaiare la sediziosa lirica dei suoi testi con il blues armonico di News Orleans tagliato rigorosamente a soul&funky newyorkese. Il tutto annaffiato da una buona bottiglia di Jazz, d’autore. Fusion, nella New York ribelle di fine anni 60 l’ingovernabilità dei soulmen timidamente s’affacciava in classifica. Basta così. Prima o poi scriverò la storia della Black Music, mi farò questo regalo, egoisticamente, per minorare il debito con la musica che amo. E Jill Scott Heron ci sarà. E ci sarà pure Mario, sì, Mario Biondi il principe normanno dall’anima nera, sì, il nostro Mario Biondi, l’imperatore del soul Made in Italy, ci sarà, certo che ci sarà, eccome se ci sarà. Il terzo capitolo del nuovo romanzo sonoro del crooner catanese – If - gira la boa delle 400.000 copie vendute in tutto il mondo in appena due settimane di programmazione radiofonica. Pagine inedite di musica nera, una cover da brividi blu -Winter in America di Jill Scott Heron-, melodie d’altri tempi che corrono giù dalle balze infocate dell’Etna e arrivano dritte al vostro cuore. E vi bruciano l’anima.
Mario Biondi, Ecstasy, per voi, solo per voi.
E adesso ditemi se Mario non merita la storia..
Socrathe
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