
Siamo tutti uguali davanti alla Legge. La realtà purtroppo è ben diversa: i cittadini di “quest’Italia” non sono mai stati “uguali” davanti a “questa Legge”. Basti pensare al delitto Cogne, ad esempio, dove tutte le prove, e prime delle prove gli indizi, e prima degli indizi le tracce, e prima ancora delle tracce le evidenze, e le circostanze, e le congiunture, e la fermata dell’auobus e le macchie di sangue, e il pigiama, e l’arma mai trovata e tutto e più di tutto portavano spudoratamente alla mamma del bimbo ucciso come autrice del delitto con certezza inconfutabile, ecco che la politica ci mette la mano, bipartisan, i soldi e pure la difesa -l’omicida, per chi non lo sapesse, è parente, forse anche stretto, di un ex presidente del consiglio- e così cambiano scenari, mutano le ipotesi, il luminor del RIS fa cilecca, il pigiama è troppo stretto, il sangue diviene acqua, l’opinione pubblica si distrae, si ritarda il tutto, si mischiano le carte, si va a processo, con calma, e si edulcora la sentenza -il colpevole la mamma era e la mamma è rimasta- che avviene non per direttissima come doveva essere, come sarebbe stato, come sarebbe avvenuto se al posto della mamma di Cogne ci fossimo stati noi, comuni mortali, semplici cittadini, uguali davanti alla Legge. Un periodo troppo lungo, stancante, pieno di virgole, senza punti d’interruzione, e con un'offesa alla coscienza: uguali? A capo.
Oggi, 7 Ottobre 2009 la consulta dichiara incostituzionale il Lodo Alfano. Giustissima decisione, non c’è nulla da dire. Per noi “costituzionalisti” da bar dello sport la sentenza è ineccepibile. Lo scudo Alfano è illegittimo. Siamo tutti uguali davanti alla legge. Tutti, nessuno escluso. Anche il capo del governo, il primus inter pares, è un cittadino come altri, uguale agli altri, e come gli altri dev’essere giudicato, come tutti. Come i Pares. Quando il processo si farà, se si farà e come si farà. Basta rileggere l’incipit su Cogne, esplicativo dei pares in giurisprudenza.
Nulla d’inquietante dunque. Il Padreterno non ha chiamato il Presidente Berlusconi a giudizio e nessuna sentenza universale è arrivata dal tribunale dell’eterno, e con le dichiarazioni post lodo, chiamiamolo così, dell’opposizione tutta (tranne Didietro, ops.. DiPietro, ma va bene anche così, Didietro), mi sono reso conto che in queste ore l’Italia ha veramente vissuto il suo triste meriggio dei lunghi coltelli.
Siamo stati a rischio d’insurrezione popolare, italiani contro italiani, pares contro pares. Un clima irrespirabile e rovente, anime sovraeccitate in tenuta da sommossa civile, caldeggiata dall’una e dall’altra parte, da destra e da sinistra, dai giornali e dalle Tv, irresponsabilmente. Bastava poco ed era il patatrac! Abbiamo rischiato il peggio, signori miei: “Che Berlusconi vada avanti per la sua strada, che il Governo continui il suo percorso”. Un commento unanime -deciso con ragionevolezza a tavolino, nulla è stato lasciato al caso- mette tutto e tutti a tacere, cogliendo di sorpresa giornalisti e giornalai, già con l’elmo di Scipio in testa, pronti per la pugna!
Dal PD di Bersani, o di D’alema o di Franceschini, per far contenti tutti, dall’UDC di Casini, un solo grido: “
diamoci una regolata ragazzi o qui l’Italia ci scappa di mano”.
Una sentenza non sovverte il voto popolare, niente dimissioni (Bersani), una sentenza non può e non deve avere conseguenze politiche (D’Alema), Berlusconi si occupi adesso dell’Italia e dei problemi degli italiani (Casini). Questa è la democrazia gente, la lezione arriva direttamente dai banchi della politica, sul tavolo dell’opposizione è sceso un velo di coscienza sotto forma di dovere morale nei confronti della libertà civile delle donne e degli uomini di questa Italia che oggi hanno rischiato seriamente di entrare in guerra, inconsapevolmente. Tutto questo il cittadino, inter e super pares, Silvio Berlusconi non lo capirà mai.
Viva L’italia e viva Dio..
Socrathe