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giovedì, 04 settembre 2008

Finalmente ho conosciuto l'etimo delle zucchine alla scapece, «‘Esca Apicii’, cioè cibo di Apicio,  famoso buongustaio romano, autore del celeberrimo ‘De Re Cocuinaria’». Eppure avevo letto il “de re cocuinaria”. Alzi la mano chi non possiede almeno una copia del testo di Apicio nella propria biblioteca! Apicio è la bibbia dei fornelli di Roma. Appunto, lo sapevo. Eccome se lo sapevo! Ma non ricordavo. Capita.. Capita troppo spesso a dire il vero. E non è un’esclusiva del mio labile canale neuronale. Capita un po’ a tutti di non ricordare. O di non voler perdere tempo  a ricordare. Tempo fa scrissi della differenza tra cultura ed erudizione. E nel sapere del 2.0, che schifo di definizione che m'è venuta, ma è la verità purtroppo, l'erudizione è merce assai rara. Google ha rovinato la memoria, il ricordo. Basta digitare "socrate", ad esempio, sul motore di ricerca più cliccato nel Mondo che la maieutica ti si spiaccica in faccia sullo schermo del pc come i moscerini sui Ray Ban quando si andava in vespa e senza casco. Google risolve le questioni della ragione e della memoria. Anzi, a che serve studiare? C'è Google che fa tutto per me! Google ragiona e decide per me. Google ricorda tutto. Che memoria! E siamo solo all'inizio di questo neo-Imperialismo della conoscenza e dei ricordi. Sì, avete letto bene, neo-imperialismo. I Signori di Google hanno un potere immenso nelle loro mani: "indicizzare" il sapere del mondo. Google non è un semplice motore di ricerca. Google è un arma di distruzione di massa. E di memoria. Non sto scherzando. Ma è possibile che a parlarne sia un semplice commento del sottoscritto in un blog di periferia? Non avete mai pensato a questo?

Due giorni fa ho chiesto a Santhippe :

 - perchè le zucchine fatte in quel modo si chiamano alla scapece? Lei rispose, in un nanosecondo e con il sorriso di sempre:

- Mi pare che Matilde Serao ne parli nel suo "Ventre di Napoli" riferendosi ad Apicio. Non vorrei sbagliarmi.

Non si sbagliava. Santhippe nascondeva la timida e colta erudizione dietro un “forse” di circostanza, poiché era ed è consapevole di ciò che ha letto e studiato, e che ricorda, bene e sempre. Una sfacciata consapevolezza che non ostenta quasi mai. Quasi. Guai a pestarle i calli del sapere! Mai sia!. Lei è così. È fatta così. Risolve le questioni storiche e letterarie con naturalezza. E senza accendere il motore del superalgoritmo di Mountain View. Ecco la differenza tra cultura da strada, la mia, e erudizione colta, la sua.

Santhippe non ha bisogno di Google per ricordare ciò che conosce. O meglio, Santhippe è consapevole di sapere. E non si fa "infinocchiare " da Google per qualsivoglia appetito culturale. State attenti miei cari perchè Google non è la Bibbia della conoscenza. Vi faccio sorridere. La regina Amalasunta non è mai stata Imperatrice. Lo dice la storia. Provate a digitare “Imperatrice Amalasunta” su Google. I primissimi risultati sveleranno l'arcano. Provate adesso ad indossare i panni dello sprovveduto che cerca notizie su Amalasunta in rete. La troverà anche Imperatrice! Lo dice Google. E Google non sbaglia. Vaglielo a spiegare al ricercatore allo sbaraglio che me lo sono inventato io!! Che Amalasunta l’ho incoronata Imperatrice in una notte per questioni di Tag. Come siamo caduti in basso. Per un Tag sfidiamo la storia. Anzi, la riscriviamo.

Tutto questo per ricordarvi di stare sempre attenti ai risultati di Google. Filtrateli con le vostre conoscenze. Fidatevi più della vostra memoria storico-letteraria che del risultato matematico. Non lasciate mai i vostri figli da soli durante una ricerca su Internet. Aiutateli a ricordare.

Socrathe

è un commento all'articolo di Santhippe pubblicato su Sciclinews, qui.

 

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permalink ::::: Grazie per i vostri commenti (popup) :::: commenti :::: categoria : google, scicli, sciclinews, socrathe, santhippe, amalasunta, imperatrice amalasunta, neoiperialismo del sapere

venerdì, 16 maggio 2008
Ho visto Pierre, sì, l'ho visto, ne sono sicuro, era lui. Era proprio lui.
Pierre non poteva mancare all'appuntamento più importante. Pierre c'è. E Pierre c'è non per scelta o per colore, Pierre c'è semplicemente per Scicli e per Giovanni Venticinque Sindaco. Pierre, il nostro Pierre, c'è. Nel Movimento per l'Autonomia di Scicli, Pierre c'è. E Giovanni Venticinque c'è, almeno per ora c'è. Sarà solo per pochi giorni ma c'è. Sul manifesto di Pierre c'è.  E la convinzione di Pierre di tornare sui banchi del consiglio comunale c'è. Intanto c'è. Sui manifesti c'è. Ma per rifarli c'è ancora tempo!

Pier Luigi Aquilino, Pierre, c'è!

Socrathe 

mercoledì, 14 maggio 2008
2008-05-14 21:54
SCICLI: ULTIMO ATTO DELLA GIUNTA FALLA





Acquistati in mattinata due nuovi mezzi per la scerbatura del verde pubblico. Due elefanti (vedi foto) ed una giraffa, al momento in manutenzione, presi in leasing dalla M.O. di Roma.
La M.O. che fa capo alla bella ed esuberante imprenditrice della famiglia Orfei, la signora Moira, è società leader mondiale per la  fornitura di liotri da giardino e circensi.

 

«Per il 2008 sono previsti una serie di interventi di scerbatura e risistemazione del verde pubblico, ha precisato l'assessore al verde della giunta Falla, Bruno Occhipinti - questa amministrazione ha sempre puntato al recupero ed alla valorizzazione del territorio e delle aiuole, e con l'acquisto dei due liofanti ci siamo confermati come esempio unico di lavoro solidale uomo-animale nella storia delle amministrazioni pubbliche».

 

La città è nettamente divisa. La politica del verde "bello e solidale" si scontra con il malumore della gente che non ne può più di proboscidi erranti  e di colline puzzose e  fumanti che le due liotroscerbatrici lasciano in ogni dove. «Da una parte, non si può che rimanere soddisfatti del fatto che in tutta Europa siano apprezzati non poco per i tesori artistico e paesaggistici di Scicli - ha commentato un passante - dall'altra, invece non si può che rimanere rammaricati perché non risulta che nella nostra città, tali reperti - le colline puzzolenti e fumanti- riscontrino un tale successo, e l'acquisto dei due pachidermi non è condivisibile con l'esubero di personale in pianta organica»

 

Parole dure, forti, dal popolo che a Giugno sarà chiamato alle urne, e che condanna senza mezzi termini l'operato al verde dell'amministrazione Falla, e che lasciano presagire una campagna elettorale dai toni altrettanto duri e forti.


Domani, intanto, un consiglio comunale aperto, è stato convocato d'urgenza per discutere delle esalazioni liotriche non captate.

 

 Socrathe



In basso:

 la liotroscerbatrice in via Bixio





la liotroscerbatrice in azione a Jungi.


sabato, 08 marzo 2008
Le vedove allegre

Sono vedove le giovani donne del nuovo millennio. Vedove perché sono sempre stressate, vedove perché sono più vitali e non hanno più tempo per nulla, vedove perché non hanno marito o perché l’hanno cacciato. Ma a 40 anni un marito serve sempre. Dopo i 40 anni, avere un marito a casa è cosa assai preziosa.. E chi non ce l’ha lo cerca. Principi azzurri in cerca d’autore state in guardia. Signori mariti e compagni di vedove non più allegre, siete tornati di moda. - Socrathe -

Un articolo di Terry Marocco.

 

Mai come oggi i mariti e i compagni sono tornati in auge, bene rifugio più prezioso del mattone, investimento cui solo una sventata potrebbe rinunciare. Solo fino a qualche anno fa alla domanda «a cosa servono i mariti?» alcune rispondevano alzando gli occhi al cielo: «A portare a casa la confezione da sei dell’acqua». Oggi un marito è oggetto prezioso da tenere e conservare. Guai a mollarlo o vi troverete a incarnare quello che il sociologo Mauro Pecchenino, cattedra allo Iulm e fondatore dell’Osservatorio sulla famiglia e la persona, definisce «l’ultimo tabù italiano: la donna sola, peggio se con figli. Colei da cui ogni uomo desidera fuggire».

Così le donne si sono fatte furbe: «Solo l’8 per cento dopo i 40 anni abbandona il marito e più della metà delle nostre intervistate confessa di volere una cosa sola: la sicurezza» afferma Pecchenino. A costo di passare sopra la pancia, l’alito pesante e la calvizie.

«Una volta trovato il marito si tiene, al limite si cambia, ma intanto si conserva il segnaposto» sostiene Silvia Ronchey, bizantinista.«A 27 come a 37 anni un compagno è indispensabile. Uno spiritoso, che ci tenga compagnia, un bastone per la vecchiaia, insomma quello che per le nostre nonne era una dama di compagnia. Uno chaperon è un must. Certo la scelta più giusta sarebbe il marito gay, che adora fare shopping, e ama le donne. In Gran Bretagna funziona a meraviglia, ma da noi ci sono ancora pregiudizi».

Una cosa è certa: le donne non cercano più Quello Giusto, il principe azzurro, piuttosto quello abbastanza giusto, «The Right Enough». «Bisogna sapersi accontentare» ironizza Erica Jong, la profetessa del femminismo americano, autrice del celebre Paura di volare. «Se volete un uomo ricco, intelligente, che sa ballare il tango e lo fa sei volte a notte, sappiate che non esiste». Anche Ronchey è d’accordo: «Se non volete rimanere sole, se volete scongiurare la sindrome Sarkozy, l’abbandono per la giovane e bella, scegliete un compagno che vi è inferiore, in qualcosa almeno. Seguite l’esempio di Hillary e tenetevi Bill».

Niente Mr Big di Sex and the city, ma piuttosto Tom il marito scemotto di Linette, la più in gamba delle Desperate housewives, quella che con quattro figli riesce a fare la manager e a far funzionare la pizzeria (del suddetto scemotto). E poi i mariti si educano, come spiega Amy Sutherland, giornalista americana che ha passato un anno in una scuola per addestratori di animali esotici.

Nel suo libro appena uscito, What Shamu taught me about life, love and marriage, spiega come i nostri compagni possano essere trattati alla stregua di balenotteri. Un successo strepitoso e un film in arrivo, con massime da imparare a memoria: «Ignorate i suoi comportamenti negativi, se mentre lavate i piatti cerca ossessivamente le chiavi di casa, non ditegli “amore salteranno fuori presto”, non offrite aiuto, ma continuate implacabili a concentrarvi sulle stoviglie» scrive Sutherland. Ma se tira su un calzino sporco dal pavimento senza che voi glielo abbiate chiesto in ginocchio, oppure riesce a farsi la doccia senza che il bagno diventi un lago, è la volta di gratificarlo con lunghi complimenti (o gettandogli un pezzo di pesce, dal momento che di balenottero e non di uomo si tratta).

Sembra una strada dura e per niente romantica, ma è sempre meglio fare l’addestratrice di mariti che trovarsi a 35 anni vestita «all black» con la sigaretta accesa e in pancia solo uno yogurt magro fuori dal bar Radetzky a Milano all’ora dell’aperitivo con le solite tre amiche single.

Le più giovani questo l’hanno capito in fretta e infatti appena possono si sposano. Come Clementina Montezemolo, 27 anni, figlia di Luca Cordero, che il 10 maggio si unirà a Flavio Misciatelli. E lo fanno ostentando una serietà pari solo a quella delle nostre nonne.

«Il matrimonio è una scelta consapevole, il punto d’arrivo e di partenza di una storia. Oggi non è più necessario ed è per questo veramente voluto»: non ha dubbi Federica Gonzato, 24 anni, che tra poco sposerà Ubertino Landi di Chiavenna.

«C’è un ritorno all'ordine, è come se la mia generazione volesse dimenticare gli anni Settanta. Noi figli di divorziati e risposati prendiamo il matrimonio molto seriamente» spiega Caterina Bonvicini, 33 anni, scrittrice (è appena uscito per la Garzanti il suo L’equilibrio degli squali) che convive e presto si sposerà. «Perché ci credo e per precisione, per dare il giusto nome a un rapporto di convivenza, che di fatto è un matrimonio».

Incalza Pecchenino: «Dai 25 ai 35 anni ci si sposa sempre di più. Negli ultimi dieci anni i matrimoni sono calati solo dell’8 per cento. Anche se il 62 per cento non arriva al terzo anno, molti lo affrontano come un master, un’esperienza da mettere in curriculum».

Paola Maugeri, conduttrice televisiva, da Mtv a Scalo 76 su Raidue, davanti alle gioie della maternità (Timo, sette mesi, che allatta anche durante l’intervista) e a due anni di felice convivenza («Amo stirargli le camicie») non ha dubbi: «Un marito serve a tutto. Non c’è carriera per cui rinuncerei al matrimonio. Le donne pensano di poter fare da sole, di essere indipendenti, ma io credo che sia molto sbagliato. In due è meglio».

E la soluzione per trovare l’anima gemella è solo una «molto borghese e conservatrice» secondo Jong, che dall’alto dei suoi quattro mariti vaticina: «Bisogna tornare ai matrimoni combinati, quelli che hanno dominato i secoli, quando i genitori sceglievano qualcuno della tua stessa levatura sociale, con gli stessi gusti, le stesse scuole, le stesse lezioni di pianoforte. Se non lo ami? Con il tempo imparerai a farlo».

 

 leggilo su Sciclinews

i commenti su Sciclinews valgono più del pezzo leggeteli.

lunedì, 21 gennaio 2008


Socrathe & SanthippeMio caro amico  Socrathe,
mi invitate a nozze con tale argomento e solo l'idea di contrastare le vostre dotte disquisizioni eccita la mia vena dialettica!
Non farò una lezione di storia medievale per non tediare gli eventuali lettori e cercherò di essere breve, anche se purtroppo non ho il dono della sintesi.
Esordisco col dire che la storia è troppo complessa per impararla da un articolo di giornale.
Bene, adesso viene fuori che i barbari erano civili, colti, raffinati e anche artisti!
Mi fa specie che lo diciate voi, siciliano,  abitante di un'isola da sempre terra di conquista, anche dai vostri decantati barbari.
I vostri antenati, mio caro,  hanno dovuto subire, a partire dall'anno 440 d.C., l'invasione e la conquista da parte dei Vandali di Genserico, che razziarono,distrussero e si abbandonarono ad una inutile violenza rimasta proverbiale come...vandalismo.
L'idea che corre alla mente quando pensiamo ai barbari è quella di rozzi pecorai seminomadi,  che calano verso le terre mediterranee non  certo attirati dalla cultura e dall'arte di quei popoli, ma dalla fame.
Non credo che l'unno Attila,quando marciava alla testa del suo animalesco esercito, frollando per giorni, sotto la sella della sua cavalcatura,  la carne che poi avrebbe divorato (e solo il pensiero ha su di me un forte potere emetico!) pensasse all'Eneide di Virgilio o alla concinnitas ciceroniana e tanto meno alla Domus Aurea o all'arco di Traiano!
E vogliamo parlare di Teodorico? E' vero che egli da bambino fu educato a Bisanzio, e conosceva il greco e il latino, ma i cromosomi barbari non lo tradirono mai e, tra l'altro, si macchiò dell'assassinio di Severino Boezio, uomo saggio e coltissimo, filosofo ("De consolatione philosophiae") e suo maestro di palazzo.
Tralasciamo Carlo Magno che,ergendosi a paladino della Chiesa, convertiva i popoli barbari non come un missionario, ma facendoli sfilare davanti a un patibolo: se accettavano di convertirsi, la Chiesa aveva un cristiano in più, altrimenti andavano a ingrossare le cataste di mancati cristiani decapitati!
Per quanto riguarda i regni romano-barbarici, l'integrazione tra i due popoli consistette solo nel fatto che si divisero i compiti.
Ai romani,acculturati o quanto meno alfabetizzati, fu assegnata l'amministrazione del regno, mentre i barbari tennero per sè quello che meglio sapevano fare: la difesa con le armi. Essi non rinunciarono mai alle loro leggi e alle loro tradizioni: vi dicono niente i termini faida, ordalia e guidrigildo?
Quest'ultimo poi è stato assorbito nelle nostre tradizioni..pagare per avere la cancellazione di un reato commesso.
Che poi, convivendo con gente di antica civiltà, alla lunga si siano dirozzati anche loro, è inevitabile: chi è a stretto contatto con un filologo, ad esempio, per il principio dei vasi comunicanti impara anche la consecutio!
Se avete avuto la pazienza di leggermi fin qui concludo con una citazione:
"Le biblioteche pubbliche di Roma e delle province scomparvero: alcune  vennero saccheggiate, altre bruciate, molte semplicemente vennero abbandonate al loro destino.
Del resto, la cultura germanica dei nuovi padroni era una cultura fondata essenzialmente sull’oralità, che quindi non poteva comprendere quali tesori si conservassero nelle biblioteche romane, né poteva preoccuparsi della loro sorte.
Difatti, soprattutto per quanto riguardava la cultura scritta, gli usi dei “barbari” invasori contrastavano con la precedente consuetudine romana: presso i Germani l’oralità aveva decisamente il predominio sulla scrittura e tale abitudine comportò un totale disinteresse verso le biblioteche, istituzioni deputate proprio alla conservazione di quel sapere scritto che per essi non aveva alcun senso (!!!)"

E con questo credo sia  sufficientemente chiara la mia tesi: non mi convincerete mai che i barbari...non fossero barbari!

Au revoir... mio diletto amico.

Santhippe


I barbari di Paolo Rumiz

Caro Socrathe come la colta e gentile Santhippe, anch'io prendo le distanze dall'articolo di Paolo Rumiz su Repubblica da Lei citato. Paolo Rumiz é una penna straordinaria. Dallo stile accattivante, coinvolgente, coniuga splendidamente dottrina e fascinazione. É uno dei miei giornalisti scrittori preferiti. Peró debbo purtroppo dissentire su quanto scrive a proposito dei popoli barbari. Tutto quello che c'era da dire l'ha detto, magistralmente, la coltissima Santhippe. Su una cosa Rumiz ha ragione. I barbari, in quanto nomadi, erano assolutamente maestri nell'arte di lavorare i metalli ed anche in tutto ció che si riferisce a lavori di oreficeria in genere: uniche vere testimonianze sopravvissute al loro regno del nulla. Cosí mi piace chiamare la loro epoca. Non capivano niente delle leggi romane. I codici di Teodorico, di Teodosio di Eurico ecc. non sono altro che raggruppamenti di leggi romane precedenti, di decretali e di bolle dei pontefici, e via discorrendo. La stessa societá visigota ( per ragioni di luogo dove vivo - Madrid-a me piú familiare) era irrimediabilmente frammentata, non avevano neppure saputo "ricopiare" l'ordinamento sociale romano, tant'é che recuperavano, al momento della guerra,  la figura celta del "caudillo". Dell'architettura visigota, nella penisola iberica, non rimane oggi quasi nulla (una sola chiesa intatta: San Juan de los baños) e le poche tracce testimoniano la totale ignoranza delle regole di costruzione romane per il fatto che recuperavano le stesse pietre delle rovine romane e le riutilizzavano in modo improprio nei loro piccolissimi templi. Ci restano invece notevoli gioielli: La corona di Recesvinto, per esempio, che Lei potrá ammirare in copia al museo archeologico Nazionale di Madrid. Una grande corona votiva con smalti e pietre preziose incastonate in fogli d'oro che ricoprivano un'anima di legno. Faceva parte del tesoro de Guarrazar, sicuramente la piú importante ed unica testimonianza di arte visigota. Tesoro ritrovato per caso vicino Toledo da un agricoltore nel 1858 e faticosamente recuperato dallo stato spagnolo, dopo essere stato smembrato e venduto di nascosto,  in tutti i musei e gli antiquari del mondo. Toledo, la capitale del regno visigoto, non possiede quasi nulla. Non cosí per gli arabi, invece, che, nel 711 cancellarono in meno di 20 anni, con una conquista fulminea della penisola iberica, la loro storia: le tracce sono splendide ed importanti. Del periodo califfale (992-1030) basta menzionare la sola mezquita di Cordova. Una mezquita dichiarata impura giá nel sec. XI dagli Almohades che si sostituirono agli Abadíes perché costruita su una precedente chiesa visigota dedicata a san Vicente per cui orientata come tutte le chiese cristiane a Est (Cristo é il sole che nasce-come lo é pure il nostro San Matteo!) e non a sud este (direzione de La Mecca) come vuole il corano. Del periodo taifale la splendida Alhambra di Granada tanto per citare degli esempi noti ed importanti. Spero che abbia avuto la pazienza di leggermi. Cordialmente La saluto.

Un uomo libero



Tutto iniziò così:

[...] Le parole di Santhippe [...]Soltanto due: una riguarda la Chiesa che, a quanto pare, non raccoglie le sue simpatie. Posso essere d'accordo con lui per moltissimi aspetti, ma un merito alla Chiesa, anche turandoci il naso, lo dobbiamo pur riconoscere: quello di aver salvaguardato e tramandato alla posterità la Cultura che, senza la sua benemerita opera, si sarebbe imbastardita  o sarebbe addirittura sparita, travolta dalle orde barbariche di cui, ancora oggi, vediamo purtroppo parecchi discendenti ed epigoni.

Santhippe

La mia risposta:

I BARBARI NON ERANO NÈ ROZZI NÈ INCOLTI.  Prendo spunto da un articolo di  Rumiz -La repubblica-, per rispondere alla colta e cara Santhippe. Non erano rozzi affatto, diletta amica. "Le aristocrazie barbare e romane avevano gli stessi modelli di autorappresentazione. L´imperatrice Amalasunta, sesto secolo, non me voglia la cara Santhippe se mai l'ha sentita nominare dalle sue parti, è in tutto e per tutto bizantina; la figlia di Teodorico l´ostrogoto ha scettro, corona, globo e dalmatica; abbina magnificamente la potenza del Nord con la raffinatezza d´Oriente, è una valchiria nei panni di Teodora, imperatrice costantinopolitana." E che dire della croce votiva visigota di Cluny, capolavoro di oreficeria e omaggio commovente alla Chiesa di Cristo, per non parlare del reliquiario merovingio dell´abbazia Svizzera di Sain Maurice d´Agaune, un barbarico cofanetto che ingloba un cammeo classico. [...]
Su una cosa devo per forza inchinarmi alla sua ragione, Santhippe cara, il ruolo della Chiesa. I barbari avevano un solo desiderio: integrarsi. E per integrarsi "veramente" erano costretti a divenir cristiani. Gli esempi non mancano tra gli Alemanni, gli Svevi, i Vandali, i Goti ed i Longobardi. Il cristianesimo, poteva benissimo vivere accanto alle tradizioni, alla cultura di questi antichi immigrati, poteva "inculturarsi" meglio con loro, senza togliere nulla alle loro identità.
Forse è anche per questo se l'eredità monumentale di Roma, dell'Impero, si è conservata sino ad oggi integra (o quasi). Grazie ai Barbari, integrati e colti!

Socrathe

martedì, 15 gennaio 2008
San Biagio, protettore delle discaricheAl Prefetto di Ragusa.
e p.c. al Presidente del Consiglio dei Ministri.
 


Eccellenza, Signor Premier,
siamo siciliani, o meglio sciclitani, un popolo di massari, campieri e gabelloti. Sarebbe nostra gioia accogliere la mondezza degli amici napoletani nella gradevole discarica che insiste sul nostro territorio.

Il luogo è ameno ed ha anche un bel nome, quello di un Santo: Biagio. La scelta del titolo per il centro delle riposte lordure non fu casuale, e storicamente necessitata è la giustificazione della nostra occorrenza.

Biagio era medico e venne nominato vescovo della sua città, al pari del medico Cantore (per dirla sempre col Foscolo) proclamato Sindaco del suo paese: Scicli. A causa della sua fede, Biagio muore martire ed è Santo subito. Il nostro Imperator de Badiula et Senator de Stradanova defendenda è ancora in vita. È stato comunque in fama di santità. L’analogia agiografica tra i due medici è sorprendente ed a dir poco imbarazzante. Ecco quel che scrive l’arciprete Antonino Carioti a tal riguardo, nelle sue notizie storiche della città di Scicli:

“.. A causa della sua fede, tanto poco cattolica quanto esageratamente comunista, il Sindaco di Scicli venne politicamente imprigionato dai Modicani; al momento della “cattura” fu lasciato solo dagli eremiti amici suoi che fuggirono assai prima del ratto; durante il processo rifiutò di rinnegare fede e dottrina e, per punizione, fu straziato con i pettini di ferro che si usano per cardare la lana e condannato ad ospitare nel suo territorio, ad perpetuum e senza obolo alcuno, la mondezza della Contea.

Nella causa ad beatificandum del medico Sindaco, il tormento della condanna dell’editto Modicano, scontato giorno per giorno dai suoi concittadini, non agevolò tuttavia il processo di glorificazione. L’iter di beatificazione si arrestò alla canonizzazione e non passò mai per gli uffici di Roma.

Una motivazione plausibile del mancato supplizio [che l’avrebbe fatto Santo!] del Sindaco di Scicli, già Imperator de Badiula et Senator de Stradanova defendenda, può essere trovata nel dissidio dell’allora Margherita e del fu partito dei Democratici di Sinistra, che portò a persecuzioni locali, con distruzione di chiese dopo il restauro, chiusura di strade e viuzze basolate, condanne ai lavori forzati per i Democratici Cristiani e lobotomia indotta per Comunisti e Rifondaroli.

La rivoluzione delle coscienze d’allora deviò l’impeto della rivalsa popolare su argini clementi, e del doveroso martirio del medico non se ne seppe più nulla .. ”
Così fu la storia della discarica di San Biagio e del Sindaco nostro Cantore, Santo mancato.

Questa breve e cauta discesa tra le rapide del passato, breve per ragioni di spazio, e cauta per la scarsa attendibilità delle fonti, segna il passo alla nostra querela: rendeteci ciò che la Storia ci deve e che il nuovo Presidente dell’Ato, con la paventata chiusura del sito, vuole per sempre distruggere.

Eccellenza, Signor Premier, siamo pronti ad accogliere, nel giubilo e nel gaudio della nostra antica tradizione monnezzara, la «dovizia» omogeneizzata e compattata dei nostri fratelli borbonici, dignitosamente non differenziata e ripudiata da tutti. Ne abbiamo fatto una questione morale, ancor prima che storica e conservatrice di valori e ideali, da difendere e tramandare, e che nessuno mai potrà cancellare.

Abbiamo bisogno delle malformazioni fetali e dei tumori della nostra discarica per andare avanti.
La mondezza conferita da Modica, mai captata e tanto meno pagata, da sola, non soddisfa più le già meste aspettative. Consegnate qualche tonnellata di nostalgica sozzura al popolo di Scicli.

È la nostra ultima et umile preghiera.
 

 

La lettera è semiseria.
L'agiografia di San Biagio credo sia attendibile. Quella del Sindaco di Scicli, verosimile.
Ringrazio Santhippe per le notizie riguardo lo storico Carioti, per la consecutio.. ad defendenda,  e  per avermi sopportato sino ad oggi.  leggi l'articolo su Sciclinews

e questi ci copiano pure.. leggete qui: I rifiuti di Napoli finiscono anche nella discarica di San Biagio
 I Barbari, non erano né rozzi né incolti. Prendo spunto da un articolo di  Rumiz -La repubblica-, per rispondere alla colta e cara Santhippe. Non erano rozzi affatto, diletta amica. "Le aristocrazie barbare e romane avevano gli stessi modelli di autorappresentazione. L´imperatrice Amalasunta, sesto secolo, non me voglia la cara Santhippe se mai l'ha sentita nominare dalle sue parti, è in tutto e per tutto bizantina; la figlia di Teodorico l´ostrogoto ha scettro, corona, globo e dalmatica; abbina magnificamente la potenza del Nord con la raffinatezza d´Oriente, è una valchiria nei panni di Teodora, imperatrice costantinopolitana." E che dire della croce votiva visigota di Cluny, capolavoro di oreficeria e omaggio commovente alla Chiesa di Cristo, per non parlare del reliquiario merovingio dell´abbazia Svizzera di Sain Maurice d´Agaune, un barbarico cofanetto che ingloba un cammeo classico. [...]
Su una cosa devo per forza inchinarmi alla sua ragione, Santhippe cara, il ruolo della Chiesa. I barbari avevano un solo desiderio: integrarsi. E per integrarsi "veramente" erano costretti a divenir cristiani. Gli esempi non mancano tra gli Alemanni, gli Svevi, i Vandali, i Goti ed i Longobardi. Il cristianesimo, poteva benissimo vivere accanto alle tradizioni, alla cultura di questi antichi immigrati, poteva "inculturarsi" meglio con loro, senza togliere nulla alle loro identità.
Forse è anche per questo se l'eredità monumentale di Roma, dell'Impero, si è conservata sino ad oggi integra (o quasi). Grazie ai Barbari, integrati e colti!

Socrathe

[...] Le parole di Santhippe [...]Soltanto due: una riguarda la Chiesa che, a quanto pare, non raccoglie le sue simpatie. Posso essere d'accordo con lui per moltissimi aspetti, ma un merito alla Chiesa, anche turandoci il naso, lo dobbiamo pur riconoscere: quello di aver salvaguardato e tramandato alla posterità la Cultura che, senza la sua benemerita opera, si sarebbe imbastardita  o sarebbe addirittura sparita, travolta dalle orde barbariche di cui, ancora oggi, vediamo purtroppo parecchi discendenti ed epigoni.