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venerdì, 17 aprile 2009

TEORIA DELLA FEMMINA

Là dove domina la smània ancestrale è impossibile salvarsi. Ogni Zitella attende impaziente di maritarsi. La teoria della Femmina è segnata da questa certezza: Un uomo può sempre sparire! Entità sciacquata, essa si sorregge sui fianchi, sull’instabile ‘nnacata. Per ogni Femmina vale la metafora della ‘scaccia: vi incombe il forno, solstizio d’estinzione. L’angoscia dello stare ‘mpanata come modo di vivere rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale. La volontà d’acchiappare è l’essenza esoterica della Femmina schetta. Poiché ogni Zitella avrebbe voluto maritarsi, ella vive come chi non vorrebbe vivere: l’uomo gli passa accanto con i suoi odiosi sapori, e nel tumulto ormonale rivela la sua remota natura! Castità delle castità è ogni storia. La presenza della catastrofe alberga nell’anima della Femmina schetta siciliana, si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo taedium ciclico, fattispecie della pala di ficumora. La Zitella insulare esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice del consòlo questa femmina è vera.

Socrathe

lunedì, 30 marzo 2009

Enzo TrantinoEnzo Trantino. Definire nei limiti angusti di “un personaggio, e basta” questo straordinario figlio dell’Etna è quasi impossibile. Mettiamoci una maiuscola e tralasciamo il quasi: è Impossibile!

Enzo Trantino oltre ad essere avvocato di fama internazionale e politico d’assoluto rilievo è anche giornalista e pure scrittore. Enzo Trantino è un abile "avviatore di paradossi" nella sua mirabile oratoria, immodesto e vanitoso come solo un siciliano vero e puro come lui sa essere.

È anche un "ospite esigente" quando lo inviti a cena..

Enzo Trantino è Maestro della ragione, ma è anche Discepolo mai appagato dei suoi Perché irreversibili, transumante e irrazionale moto dell’anima nel dubbio omofonico del nulla, nirvana del retorico; proprio come i suoi famosissimi calembour elettorali, sloganati su manifesti e volantini a corredo del suo pizzetto volante, da candidare: “la forza dell’onestà e l’onestà della forza!”. Nostalgie andate, variabili geografie dell’invisibile.

Enzo Trantino è anche Filosofo, Teoretico del Galantomismo e dell’Isomerizzazione del Sé, creatore della Dottrina dell’Io Catalitico, virtuoso dell’impossibile. Enzo ha dato forma e parola alla sostanza iperpura dell’Ego! isolano, dell’Io berbero scampato alla lava, pirolisi di una Sicilia imbevuta di zolfo, catastrofe essoterica del Mediterraneo.

Se mi legge Battiato ne fa una canzone!..

Enzo Trantino è dunque un Narciso conservatore, galantuomo mutevole e pubblico cittadino, cerimoniere elegante, retore dell’alfa e dell’omega in gelateria, Enzo Trantino è il Tutto ma è anche “suffuru”, come ben scriveva Francesco Merlo nel lontano 2004 sulle pagine di Repubblica.

Sullo sfondo di una Sicilia bagnata dalle parole e dalla vanità brilla la patacca del conte Igor Marini e il burqa della “mala comparsa” del Presidente della Commissione Parlamentare d’Inchiesta dell’Affaire Telekom Serbia, il nostro Filosofo, Onorevole, Maestro, Avvocato Trantino.

Socrathe

 

ALLO stadio Cibali, durante Catania-Napoli, un vecchio amico gli ha chiesto maliziosamente di Igor Marini, ed Enzo Trantino, che pure ama la parola più di se stesso, non gli ha risposto, ha fatto una brutta smorfia di sofferenza e di disgusto e tutti hanno capito che Igor Marini e gli altri pataccari dell'affare Telekom Serbia stanno deturpando anche il narciso che in lui è sempre stato fiorente, lo stanno facendo appassire. Perciò l'onorevole Trantino, che nella vita crede di avere incartato tutti, per la prima volta si sente incartato. Questo avvocato, che sempre ha sfoggiato trovate retoriche, adesso non trova la parola, e anzi cerca l'assenza della parola, il silenzio come rifugio e come punizione: "Per me il silenzio, suole dire, è peggio di una cintura di castità, peggio di un burqa". E poiché tutti nella sua Catania sanno che per Trantino il silenzio è il più affliggente dei castighi, quell'amico, pietoso e maligno, ne ha subito approfittato: "Enzo, dimettiti. Non vedi che sei come Fassino? Lui non si è accorto di Milosevic, e tu non ti sei accorto di Marini". In realtà, se Enzo Trantino non si è ancora dimesso dalla presidenza della commissione di inchiesta sull'affare Telekom Serbia, è perché la sua proverbiale vanità siciliana prevede bei gesti e atti estremi, ma non l'ammissione dell'ingenuità, l'assimilazione di se stesso alla più banale delle normalità. Sùffuru! si risponde in Sicilia, e vuole dire "non mi riguarda e non scendo dal carro". Si dice suffuru! perché sul carro dello zolfo anche il contadino on the road, quello che voleva un passaggio, venne pesato come fosse una "balata" di zolfo, e dovette dunque pagare un tanto al chilo. Ma quando, all'inizio della salita, bisognò alleggerire il carretto e spingere, quel contadino rifiutò di scendere e di dare una mano: "Ho pagato come suffuru. Suffuru sono". Chi dunque vuole negarsi, non partecipare, non farsi coinvolgere, non scendere dal carro, appunto non dimettersi, ma soprattutto non fare la figura dello sciocco giufà, pronunzia quella parola, come un'esclamazione: suffuru! È fatta così la vanità siciliana di Trantino, non vuole concedere vantaggio neppure agli zoppi, non può "dare sazio" alla banalià dei pataccari: suffuru è. Anche perché lo zolfo è quella sostanza di cui sarebbe fatta l'intelligenza e dunque l'essenza stessa dei siciliani, "un'intelligenza di zolfo" che da sempre Trantino rivendica e teorizza nei libri, di raffinata scrittura e di rari lettori, che pubblica con la casa editrice Novecento e delle cui vendite, almeno una volta la settimana, chiede conto presso la libreria Paesi Nuovi, a due passi da Montecitorio. Sul risvolto di copertina della sua ennesima fatica, "Memorie di un pubblico cittadino", così Trantino riassume se stesso: "Enzo Trantino, costellazione vergine. Colleziona orologi, bastoni, cravatte ed emozioni. È, soprattutto, un pubblico cittadino, curioso ma discreto, intrigante ma con stile, inappagato sempre, perciò cronista inquieto di fatti, uomini e cose, destinati altrimenti all'impietoso archivio della memoria, che per sua natura non concede repliche". La vanità, dunque. Una volta, molti anni fa, Pippo Fava, lo scrittore catanese di cui da giovane Trantino era stato collega al Giornale di Sicilia, scrisse di lui: "È puro e trasparente come acqua di fonte, è onesto e solenne. Persino la vanità in lui è virtù meridionale, ma questa virtù è così rischiosa che potrebbe un giorno renderlo vano". Ecco, è facile capire che è proprio questa l'occasione nella quale Enzo Trantino dovrebbe essere più vanitoso della sua vanità, e dimettersi più che dalla presidenza della commissione Telekom Serbia dalla "mala comparsa", dimettersi per non farsi rendere vano dalla vantità o, se preferite, per riposizionarsi all'altezza di quella vanità che è stata la sua forza, la sua eleganza inattuale, la forbitezza e la compostezza del galantuomo meridionale, del suo essere monarchico perché affezionato al luccichio dei lampadari, ai cristalli e ai merletti, all'ufficialità, alla cerimonialità e al baciamani, al fiabesco prosaico e al principio d'autorità carismatica e anti-illuminista: la monarchia come il fiocco sgargiante di una confezione banale. Inoltre, come può farsi buggerare da Marini un penalista di Catania, la patria di Ciulla e di tutti falsari? A Catania un avvocato, prima ancora di essere un tecnico del diritto, è un modello antropologico, un uomo che si diverte a destreggiarsi fra i tranelli dell'oscurità, che sa riconoscere i pataccari solo sbirciandone l'ombra. Da sempre, proprio per difendersi dalla volgarità dei Marini, Trantino rischia la goffaggine e sconfigge gli scherni indossando le ghette e il frac bianco. Come avvocato si è rifiutato di difendere il boss Nitto Santapaola e di sicuro ora nessuno gli rimprovera la difesa di Dell'Utri; in Parlamento la sua presidenza della giunta per le autorizzazioni a procedere è, a sinistra, ancora oggi indicata a modello; persino negli anni bui del "fascista, carogna / ritorna nella fogna" per Trantino c'era sempre e comunque benevolenza, quasi avesse un posto riservato nella civiltà. Trantino può esercitare la rischiosa virtù della vanità meridionale distribuendo come volantini le lodi che Michele Serra fece al suo galantomismo e compiacendosi di incarnare la destra che piace alla sinistra, "ma so bene - va sostenendo - che alla fine il gioco della sinistra in Italia è quello di dare dignità d'avversario solo alla destra che si sposta a sinistra". Un giorno tenne una conferenza sulla droga all'ospedale Cannizzaro di Catania. Il pubblico era composto da medici e infermieri di destra. Trantino sostenne che la droga è una diavoleria comunista diffusa per collassare l'Occidente. Ma all'amico di sinistra che era lì per caso e che gli chiese spiegazioni, Trantino disse, con occhio divertito e complice: "Ho detto le puttanate che volevano sentire da un giurista di destra. Come potevo deluderli?". Un'altra volta presentando il libro dello storico Tino Vittorio su un eroe vero del comunismo siciliano, Franco Pezzino ("Una vita contro") ne esaltò "la moralità ineccepibile, la coerenza, la serietà e il senso di responsabilità", tutte qualità che ai suoi occhi di fascista monarchico oscuravano l'antifascismo repubblicano di Pezzino. E ancora Trantino ostenta il pizzetto alla Italo Balbo, non perché militarista ma perché aereo, è un eccentrico pizzetto da volante fine dicitore, con la piazza sempre piena ai comizi, i carabinieri in lacrime durante le arringhe, e il faccione sui manifesti elettorali sopra slogan che sono sempre calembour: il coraggio dell'onestà e l'onestà del coraggio; la forza dell'onore e l'onore della forza... I ragazzi del Msi lo chiamavano "il pensiero reversibile" e una volta, assieme ai manifesti con il solito calembour sul coraggio e sull'onore, ne stamparono per scherzo una decina con questo slogan sotto la sua faccia: "La presa per il culo e il culo nella presa". Trantino, che eccita e perdona la goliardia, li invitò tutti a mangiare nella sua bella casa dove donna Gemma prepara "il miglior gelato di mandorla del mondo", perché il gelato di mandorla è l'alfa e l'omega della gelateria: chi controlla la mandorla controlla l'umanità presa per la gola. E probabilmente fu in quell'occasione che gli chiesero se era vero che aveva avuto la stessa fidanzata del mitico "zio" Nino Buttafuoco, un altro missino storico e per bene della Sicilia. E Trantino rispose: "È vero, siamo stati commilitoni. Abbiamo militato nello stesso corpo... di donna". È così il sud, è così il galantomismo di destra, ed è così Trantino, eccelle nella retorica forense ma anche nella goliardia che è sempre triviale, perché il trivio è l'eversione del luogo comune, è l'irriverenza del nulla così come la retorica è la pomposità del nulla. Trivialità e retorica più che gusto in Sicilia sono, per dirla alla Trantino, surrogato di sostanza o sostanza di surrogato. La Sicilia è un'isola bagnata dalle parole, che sono attributi di potere, e la retorica forense è nata qui perché in una terra di domini cangianti i confini delle proprietà sono sempre incerti, sono un moto ondoso, un terremoto continuo che ha bisogno della sofistica, vale a dire dell'unica tecnica che riesce a legare e tenere ferme realtà in movimento, la retorica forense è il diritto delle cose storte. Questa è dunque l'antropologia del galantuomo di destra meridionale, un'antropologia che sta sparendo e che secondo noi merita invece di essere protetta, perché è un valore antico, e i conservatori vanno giustificati solo quando c'è qualcosa da conservare. Ebbene, l'unica maniera che ha Trantino per legittimare il proprio conservatorismo è conservare se stesso, quella sostanza di antico galantomismo che per la prima volta è gravemente a rischio. Trantino ha ragione a chiedere che Prodi, Fassino e Dini pronuncino le loro chiare parole contro i sospetti e contro i mugugni e che spieghino l'affare di Stato che li vide implicati oggettivamente, ma ha torto a farsi trattare da giufà da Berlusconi restando a presiedere una commissione che sembra ormai la trama di una commedia degli equivoci, il casting di una comica o di una parodia delle spy story, un film di James Tont. Trantino non deve nulla a Berlusconi, non è una delle tante zucche che quello ha trasformato in deputato, non è un cavallo che il cavaliere ha fatto senatore. Trantino ha da difendersi solo da Trantino, nessuno sta tramando contro Trantino se non Trantino. Deve dimettersi per amore di sé, per accensione ipernarcisistica, deve dimettersi dal fuoco della berlusconite che chiama i più candidi a gestire le ossessioni di Berlusconi, deve dimettersi perché un galantuomo suffuru è.

Francesco Merlo – La Repubblica, 1 Marzo 2004

-La patacca Telekom e il burqa di Trantino-

 

L'introduzione è dedicata alla Filologa Santhippe e al Filosofo Moderatore di Sciclinews, teoretici del sensazionismo tibetano, nirvana del sorriso. E all'onorevole Trantino, of course.

Socrathe

 

giovedì, 08 maggio 2008
Durante il fitto scambio epistolare tecnologico con Socrathe, ho avuto modo di sottoporgli una delle pagine più emozionanti che ho incontrato sulla Sicilia e sul sentimento che pervade un siciliano, soprattutto se per motivi di lavoro o di studio questi ha vissuto l'esperienza del distacco dallo scoglio di verghiana memoria.
Gli ho sottoposto il brano che quattordici anni fa diede il via, con "Il Cavaliere dell'Intelletto", dedicato a Federico II di Svevia, alla collaborazione tra Franco Battiato e Manlio Sgalambro. Si intitola "Teoria della Sicilia", e affonda il proprio umore sin dentro l'Ecclesiaste: "Vanità delle vanità è ogni storia".
Socrathe se ne è innamorato, e me lo ha ri-postato indietro, senza chiedermi nulla, implicitamente suggerendomi di pubblicare la nostra corrispondenza.
Ti accontento, Socrathe.

Il moderatore

Teoria della Sicilia
da Il Cavaliere dell'Intelletto
testo Manlio Sgalambro, Franco Battiato
musica e voce recitante Franco Battiato

Là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi. Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. Una teoria dell’isola è segnata da questa certezza. Un’isola può sempre sparire. Entità talattica, essa si sorregge sui flutti, sull’instabile. Per ogni isola vale la metafora della nave: vi incombe il naufragio. Il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l’estinzione. L’angoscia dello stare in un’isola come modo di vivere rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale. La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere: la storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda. Vanità delle vanità è ogni storia. La presenza della catastrofe nell’anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo taedium storico, fattispecie del nirvana. La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell’arte quest’isola è vera.


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Questa è la dedica del Direttore di Sciclinews,
Peppe Savà,
che ha voluto regalarmi tempo addietro,
questo pezzo di Sicilia,
di sicilianità,
di vanità.


VANITAS VANITATUM ET OMNIA VANITAS, Vanità delle Vanità è ogni storia.


 Verba Ecclesiastæ, filii David, regis Jerusalem.
[Vanitas vanitatum, dixit Ecclesiastes;
vanitas vanitatum, et omnia vanitas.

 Quid habet amplius homo
de universo labore suo quo laborat sub sole?]

Pensieri di Qohèlet, figlio di David, re in Gerusalemme.
Vanità delle vanità, dice Qohèlet.
Vanità delle vanità, tutto è vanità.
Quale vantaggio ricava l'uomo
dallo sforzo grandissimo che sopporta sotto il sole?
Passa una generazione e un'altra ne viene;
e la terra sussiste in perpetuo.
Sorge e tramonta il sole,
poi torna al luogo donde nuovamente risorge.
Il vento spira da mezzogiorno e si volge a settentrione,
spira girovagando qua e là
e sopra i suoi giri ritorna il vento.
Tutti i fiumi corrono al mare e il mare mai si empie;
quindi dal mare alla sorgente, correndo, fanno ritorno.
Tutti i discorsi finiscono ma nessuno riesce a dire tutto;
l'occhio non si sazia di vedere, né l'orecchio di udire.
Quanto è accaduto accadrà ancora;
tutto ciò che è avvenuto, si ripeterà:
nulla di nuovo sotto il sole.

Qoelet o Ecclesiaste


Qoelet è un libro presente sia nell'Antico Testamento della Bibbia cristiana che nella Bibbia ebraica. Nella raccolta cristiana è uno dei sette libri didattici, detti Sapienziali, contenuti nell'Antico Testamento. Nella raccolta ebraica è inserito tra i Ketuvim. Il nome ebraico del libro è Qohelet, che in italiano viene anche adattato nelle grafie Cohelet o in Qoelet. Il libro è chiamato anche Ecclesiaste, nome che deriva dalla traduzione in lingua greca e successiva latinizzazione della parola ebraica Qohelet.
Qoelet è il titolo del libro ed è anche lo pseudonimo dell'autore.

VANITAS VANITATUM ET OMNIA VANITAS


Questo è il celebre incipit dell’opera, celebre perché penso che ognuno di noi (tutti, tranne io come sostiene Santhippe) abbia sentito dire almeno una volta “niente di nuovo sotto il sole” o per lo meno abbia sentito l’espressione “vanità delle vanità”.
Dall’incipit in poi inizia la grande opera di Qohelet, che potrebbe essere definita una miscellanea di mistica-fiolosofia e poesia, in cui ci ritroviamo di fronte ad un’analisi puntuale dell’animo umano e dell’esistenza umana, in cui sono presenti gli interrogativi che affliggono gli uomini da migliaia di anni.
Tutto si muove, tutto passa, eppure tutto è fermo, tutto è uguale, dice Qohelet.
L’uomo sebbene ogni giorno faccia nuove esperienze non raggiungerà mai la conoscenza completa, e anzi spesso accrescendo la conoscenza, spesso accresce il dolore.
“ Molta sapienza, molto affanno,
chi accresce la scienza, accresce il dolore.”


Di fronte alla morte alla sofferenza, le ricchezze, i piaceri, la fatica e anche la stessa sapienza non sono altro che vanità.


Perciò ci si deve accontentare di ciò che Dio ci concede nella vita, anche perché ogni azione umana ha un tempo preciso per essere portata a compimento. E qui inizia un celebre passo biblico:


“Ogni cosa ha il suo tempo,
e ogni faccenda il suo momento sotto il sole:
tempo di nascere e tempo di morire;
tempo di piantare e tempo di svellere ciò che si pianta.
Tempo di ferire e tempo di guarire,
tempo di distruggere e tempo di edificare.
Tempo di piangere e tempo di ridere;
tempo di gemere e tempo di danzare.
Tempo di gettare pietre e tempo di raccoglierle;
tempo di abbracciarsi e tempo di astenersi dall'amplesso.
Tempo di cercare e tempo di perdere;
tempo di conservare e tempo di buttar via.
Tempo di strappare e tempo di cucire;
tempo di tacere e tempo di parlare.
Tempo di amare e tempo di odiare;
tempo di guerra e tempo di pace.”


Dopo una serie di considerazioni in cui si dice che la vita è una battaglia a cui non ci si può sottrarre, Qohelet ci dice che il male mai fa bene a chi lo fa, solo il bene ha l’approvazione di Dio, anche se poi dopo la vita può non esserci ricompensa. Tutti noi buoni e cattivi abbiamo la stessa sorte , ma è bene vivere la vita giorno per giorno, perché tutto si può concludere all’improvviso ( e così Qohelet anticipa il carpe diem di qualche secolo).

Santhippe

Grazie Santhippe, Socrathe.

lunedì, 14 aprile 2008

Là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi. Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. Una teoria dell’isola è segnata da questa certezza. Un’isola può sempre sparire. Entità talattica, essa si sorregge sui flutti, sull’instabile. Per ogni isola vale la metafora della nave: vi incombe il naufragio. Il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l’estinzione. L’angoscia dello stare in un’isola come modo di vivere rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale. La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere: la storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda. Vanità delle vanità è ogni storia. La presenza della catastrofe nell’anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo taedium storico, fattispecie del nirvana. La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell’arte quest’isola è vera.

Franco Battiato

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