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La Discarica dei Benpensanti

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lunedì, 29 dicembre 2008

L’intellettuale moderno è in crisi. O meglio, l’elite intellettuale e globale è in agonia di pensiero. Per quel che ci riguarda la casta dei benpensanti del nostro giornale è giunta anch’essa al capolinea. Cristianesimo: ultima fermata, si scende!

I commenti aristocratici e colti dei benpensanti di ScicliNews alle masturbazioni di pensiero -in Joyce style- di un caro e anonimo Lettore sulla fine del cattolicesimo (per chi non avesse seguito il dibattito, articolo e commenti qui) non fanno che affermare la mia tesi: l’intellettuale moderno è alla frutta della ragione. E questa sì che è una tesi perché non sconta alcun dubbio alla cassa cambiali degli interrogativi insoluti. Una tesi afferma, testimonia, asserisce. L’ipotesi e tutt’altra cosa. E delle ipotesi del nostro caro Lettore, “la Chiesa delle alte sfere si aggrappa in modo reazionario alla tradizione”, tanto per citarne una, nessuno degli intellettuali intervenuti al dibattito ne ha fatto una tesi. Solo un trionfo di banalità. Dalle lava a secco delle anime da purgare all’integralismo trasteverino, la Chiesa delle alte e basse sfere che vien fuori dai commenti colti e comodi e per partito preso dei nostri intellettuali - Cristiani d’Occidente, precisiamolo! - non deve convincerci più. Valori vetusti e anacronistici, sostengono: “l’avversione per una tradizione che ormai ai miei e a quelli di molti altri non ha alcun valore ma che anzi in più punti ha ai miei occhi pesantemente violato lo spirito ingenuo e sincero della prima esperienza cristiana”.

Per l’intellettuale moderno la religione, il cristianesimo, il cattolicesimo, è merce scaduta, è un prodotto di coscienza andato a male, alienazione di pensiero impresentabile al banchetto della cultura che conta. Gli intellettuali non vogliono più rappresentare la religione. Anzi, la religione cattolica, ovvero il cristianesimo, ovvero il cattolicesimo, non deve essere rappresentato. Ecco il punto. Vi è un’ostilità imperante e integralista nel rappresentare la Chiesa nel Mondo, una vera e propria caccia al cattolicesimo e ai suoi valori. Gli intellettuali vogliono distruggere la memoria del Cristianesimo. Perché? Pensare Cristiano non è à la page, non fa salotto, non fa cultura. Una bella e sana critica sul Vaticano e le sue gerarchie, sul Papa e i sui Santi e Romani valori della Chiesa che la “ragion divide”, per dirla con Machiavelli, oggi unisce i coscienzisti di tutto il mondo, dagli umanisti, agli induisti, dai comunisti ai laicisti. Tutti. Il perché? Non ci è dato saperlo. Tutti contro la Chiesa, uniti nella lotta senza un principio comune, se non quello di distruggere il mondo Cristiano. Chiamatela solidarietà intellettualista, “ista”. (Joce-style)

E così l’opinione pubblica storce il naso e guarda dall’altra parte quando viene ucciso un prete, quando un cristiano cattolico e anche protestante viene perseguitato, quando una Chiesa -Santa Romana e d’Occidente- viene data alle fiamme, nel mondo. Ma il popolo che pensa e che ragiona non commenta questi fatti. Quasi avesse paura nel difendere e rappresentare un valore che da sempre ha unito e che non ha mai diviso: la fede, cristiana.

Se al posto di un prete cattolico o protestante fosse perseguitato (nel mondo) un solo musulmano, o un monaco induista, o un pezzo d’intonaco si staccasse accidentalmente da una Moschea per il caldo del deserto, apriti cielo!! Si aprirebbe un tavolo permanente di solidarietà laica e d’opinione (à la page) internazionale e perbenista. Guai a toccare le altre religioni o i seguaci di altre confessioni! Sarebbe antisemitismo bello e buono.

E così la lotta di pensiero ai crocifissi nei luoghi pubblici: le croci fuori dalle scuole e dalle aule dei tribunali! Però ci preoccupiamo se in una stanza d’ospedale non ne troviamo almeno una di croce! E gli ospedali luoghi di culto non sono. Ma sulla salute degli intellettuali e dei poveri di spirito incombe la speranza. E su questo non c’è salotto letterario à la page che tenga!

Stiamo buttando fuori e a calci dalla nostra cultura occidentale il Cristianesimo, la nostra storia, la nostra realtà. Quasi fosse incompatibile con il nuovo mondo, con il nuovo millennio. Senza una ragione, senza un motivo. Le magnifiche sorti della Chiesa, la storia del mondo Cristiano, affidati al silenzio del perbenismo progressista. Non ci resta che puntare la nostra ragione a La Mecca e pregare: Allahu Akbar!

Parola di Socrathe, l’essoterico.

 

- nella foto, l'intellettuale moderno sospeso tra la "ragione" de La Mecca e la cupola di San Pietro.

 

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sabato, 24 maggio 2008
Sono stati venduti da Sotheby's a prezzi record, nettamente al di sopra delle aspettative, gli ultimi "cantarani" del Novecento sciclitano messi all'asta ieri dal partito democratico di città, in un noto albergo del centro storico. Tre pezzi di rarissimo antiquariato della collezione privata comunista e popolar-focolarina locale.

Vero protagonista della giornata, è stato il "cantarano sintaco", cesellato al tempo di Bernardino da Cardines, duca di Maqueda e di Piliria, e col tempo purtroppo andato in rovina tanto da rendere difficile il recupero, ma non impossibile per gli addetti al restauro.
Un pezzo di storia antica, tutta sciclitana.

Per la cronaca questo cantarano è stato battuto per ben 100mila euro, dopo un'accesa battaglia tra Mario La Rocca e Armando Cannata e che alla fine ha visto vincitore un collezionista giapponese.

 
Nella foto un momento dell'asta

cantarani novecento sciclitano,canterani

venerdì, 09 maggio 2008
9 MAGGIO, IL CADAVERE DI MORO IN VIA CAETANI, ROMA

9 maggio 1978, dopo 55 giorni il caso Moro si conclude in modo tragico. Il suo cadavere viene trovato nel vano posteriore di una Renault 4 rossa, parcheggiata in via Caetani, a due passi dalla sede del PCI di via delle Botteghe Oscure, e a poca distanza da quella della DC di piazza del Gesù.
L’ultima  pagina della nostra memoria ricorda una voce al telefono: “Brigate Rosse.. […] Adempiamo alle ultime volontà del presidente comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell’ onorevole. Aldo Moro. […] lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole. Aldo Moro in via Caetani. Via Caetani. Lì c’è una Renault 4 rossa. I primi numeri dì targa sono N5.”  Ma la storia fu tutta un’altra cosa.
Se ci fosse luce, adesso, sarebbe bellissimo.

la Duchessa vede “i ruderi del Teatro Balbo, il terzo anfiteatro dove un tempo antichi guerrieri scendevano nell’arena.. Le siepi di Via Fani, in quel tiepido mattino del 16 Marzo 1978, furono l’unico testimone oculare del massacro degli agenti di scorta e del rapimento dello statista della DC. Uomini con impermeabili blu e berretti da piloti dell'Alitalia, uscirono da dietro il verde pitosforo che costeggia la strada fino all’incrocio, armati di pistole e  M12. Spararono 91 proiettili contro gli uomini della scorta di Moro, annientati in una manciata di secondi. Tre Poliziotti e due Carabinieri: cinque vite. A ricordare i custodi di Moro ai posteri sarà solo una semplice lapide, impressa sul muro tufaceo e protetta da un vetro di inaccettabile mistero. [continua a leggere]

Quindici gocce di atropina. Moro: la storia.

mercoledì, 13 febbraio 2008

Dirò adunque una novella, la quale appresi, or non è guari, da un di que’ menestrelli che per cittadi e castella sogliono andare, rinovellando gesta antiche e nuove imprese cantando.

Dovete sapere che in quei giorni era governatore d’Italia il prencipe Romano, della casata de’ Prodi da Bologna, uomo assai prudente e saggio, più ricco di virtù che di fortuna. Da due anni sbrigava gli affari di governo senza lodi soverchie e senza infamia, chiamando al servizio di ministri e consiglieri i capi di molte picciole e grandi fazioni, così che per contentare l’uno doveva giocoforza un altro rattristare, e molto più tempo spendeva a comporre liti che non a promulgare buone leggi. Cotesti suoi sodali erano notabili d’ogni parte d’Italia: il conte Lamberto Dini da Firenze, il giudice Antonino di Pietro da Montenero, il vassallo di Russia Olliviero de’ Liberti, le famiglie romane de’ Rutelli e de’ Veltroni, il cavaliere milanese Fausto Bertinotti, e millanta altri che a nominarli uno a uno troppo lunga istoria sarebbe.

Ma su un di questi conviene che un poco mi soffermi, un tal Clemente, mastro campanaro in quel di Ceppaloni, uomo ambizioso e ottimo oratore. Pur di bassa condizione e povero de’ beni di fortuna, con gran pazienza aveva radunato sotto le sue insegne una schiera picciola ma bellicosa di signorotti e notabili suoi compaesani, e con questi fece e brigò in modo tale e con tanta perizia, che la sua fama crebbe in tutto il beneventano, e con quella le provigioni che nobili e duchi gli facevano per i suoi molti servigi. Egli ebbe per moglie la baronessa Alessandra de’ Lonardi, donna eccellentissima e d’ogni virtù ornata, la quale ad altro non attendeva, che onorare e intertenere tutti coloro che ella giudicava utili ad accrescere la fama e i beni di fortuna del marito.

Ora avvenne che il capo della famiglia de’ Veltroni - la fazione più numerosa dalla parte del prencipe Romano - andava ragionando con l’avversario più temuto e forte del prencipe, il duca D’Arcore, e venne con questi più volte a parlamento. Un certo suo piano egli mostrava al duca, per intendersi a danno de’ piccioli partiti e procurare più stabile governo ai nobili e al popolo, che da tempo mormoravano contro l’esosità delle gabelle e le molestie de’ turchi. Il duca non disdegnava di prestare orecchio a quei disegni, stanco com’era di dover attendere - non meno del prencipe suo nemico - a sedare zuffe e romori che ogni dì nascevano fra le molte fazioni della sua parte.

Di questi ragionamenti fra il duca e il capo de’ Veltroni giunse notizia a Clemente il campanaro, che subito s’avvide di ciò che quelli andavano cercando e dove volevano con la barca arrivare, cioè alla rovina sua e delle picciole fazioni. Onde, tutto il giorno pensando su questo fatto, ne divenne molto malinconico. Allora la moglie molto il pregò che le volesse scoprire la cagione de la sua mala contentezza.

Udita la preghiera della casta donna, Clemente ristette alquanto, e infine rispose: «Moglie mia diletta, di buon grado vi dirò donde nascano i miei pensieri. Ho inteso come ‘l duca D’Arcore e il prencipe Romano sono sul punto di fare patto fra di loro, in modo tale che i servigi miei e dei miei sodali diverranno presto superflui, perciò che i grandi sogliono ingraziarsi i piccoli solo quando hanno avversari loro pari, ma presto li sdimenticano se con quelli stringono alleanza. Devo impedire che il duca e il prencipe s’accordino, ma non mi sovviene il modo di tenerli separati. Questa è la cagione de la malinconia che vedete dipinta sul mio sembiante».

La donna allora, fatto allegro il volto e suadente la voce, disse: «Clemente, voi sapete che sempre attendo a imaginare che modo si potrebbe trovare a metterci meglio in arnese di quello che siamo, e ad aumentare la vostra fama presso i notabili del regno. Esercitando di continovo l’arte d’onorare e guiderdonare chi può migliorare la nostra condizione, ho imparato a conoscere l’animo e le ambizioni degli uomini. Voglio dirvi il parer mio, che userete secondo il giudizio e l’utile vostro. Non c’è ambizione più grande nel cuore de’ potenti che quella di spegnere i nemici. Come voi stesso assai bene avete detto, quando le forze della loro parte non bastano, essi accetteranno di buona voglia i servigi di chiunque, e specialmente di quelli della parte avversa. Andate dunque alla corte del grande duca d’Arcore e offrite a lui il vostro braccio valoroso che oggi il prencipe Romano ha in dispregio, dopo averne usato per l’utile suo».

Clemente lodò la saggezza e il buon consiglio della moglie, e avrebbe voluto mandarlo presto ad effetto ma lo teneva ancora il dubio che, voltando le spalle al prencipe Romano, ei non guadagnasse fama di traditore, così che ‘l duca d’Arcore avrebbe potuto respingere le sue profferte, giudicandolo alleato ciarlatore e infedele. Ma tosto che ebbe questo suo dubio manifestato alla moglie, ella lo volle assicurare, e disse: «Nessuno potrà tenervi per traditore, se mostrerete che non siete voi a voltare le spalle al prencipe, ma lui a non darvi modo di restare». E cosí detto, ella si tacque.

Avendo ben inteso il consiglio della moglie, il mastro campanaro fece spargere la voce che dui cavalieri vassalli del prencipe Romano avevano più e più fiate insidiato l’onore e la castità della baronessa sua moglie, e della fellonia di costoro chiedeva conto al prencipe medesimo. Giunta la voce agli orecchi del popolo di Ceppaloni, grandi romori ne nacquero e gran tumulto, tanto che in capo a pochi giorni tutta Italia teneva per felloni i dui cavalieri e chiamava il prencipe a difesa della nobildonna oltraggiata. Dal che si vede che gli uomini tengono in gran conto l’apparenza più che la sostanza delle cose, e che da fantastiche chimere ed imaginarie invenzioni giudicano, senza punto di giudicio, quanto loro cade ne la fantasia.

Quando, chiamati a corte i dui cavalieri, essi furono trovati innocentissimi delle accuse lor fatte, Clemente molto si lamentò e tenne una publica orazione, accusando il prencipe d’aver mancato di difendere l’onore della sposa mandando prosciolti i colpevoli. E se bene questo suo ragionamento fosse contrario a come le cose erano seguite, tanto destramente Clemente lo difese, e con animo così acceso, che il popolo e i nobili non sapevano dargli torto. E certo egli è una gran cosa a saper colorire la menzogna sì bene che abbia faccia di verità, e ad animosamente narrarla, perciò che nelle dispute gli uomini tengono per veri i gridi più che i buoni argomenti.

In somma, per non vi tener piú in lungo, il prencipe Romano perse il sostegno della fazion di Ceppaloni. Clemente il campanaro mandò lettere e ambasciatori al duca d’Arcore, il quale di buona voglia accettò i suoi servigi. Il duca, uomo assai più ricco di beni che di consiglio, credeva infatti ciò che Clemente voleva si credesse, cioè che colui che con sì grande animo aveva difeso l’onore della moglie, del pari avrebbe difeso l’utile del suo nuovo signore e padrone.


Per gentile concessione di messer Letturalenta  e di donna gabryella

 Note dell'autore:
Si ringraziano: messer
Matteo Bandello per il lessico, la sintassi e gli interi periodi rapinati alle sue Novelle; madonna senzaqualità per le illustrazioni.

L'ingegno, le parole, e 'l mio vergar di carte faranv'osseqios' il studio e l'arte. - Socrathe -


venerdì, 25 gennaio 2008

 



a  Santhippe


Libirativi di l'amuri miu,

l'amuri miu pi'  vui, si vuliti.

Ma nun putiti.

L'amuri miu pi' vui,

ch' nun criditi

___

Socrathe



a Socrathe

 

 

 

 
L'ammore vuosto
 

nun è chiù sincero
 

e je me crereva si
 

ca fosse overo
 

troppi suspire
 

lacreme e turmiente,
 

l'ammore vuosto
 

va comme va 'o viento....
 
___
 
Santhippe

 

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lunedì, 21 gennaio 2008


Socrathe & SanthippeMio caro amico  Socrathe,
mi invitate a nozze con tale argomento e solo l'idea di contrastare le vostre dotte disquisizioni eccita la mia vena dialettica!
Non farò una lezione di storia medievale per non tediare gli eventuali lettori e cercherò di essere breve, anche se purtroppo non ho il dono della sintesi.
Esordisco col dire che la storia è troppo complessa per impararla da un articolo di giornale.
Bene, adesso viene fuori che i barbari erano civili, colti, raffinati e anche artisti!
Mi fa specie che lo diciate voi, siciliano,  abitante di un'isola da sempre terra di conquista, anche dai vostri decantati barbari.
I vostri antenati, mio caro,  hanno dovuto subire, a partire dall'anno 440 d.C., l'invasione e la conquista da parte dei Vandali di Genserico, che razziarono,distrussero e si abbandonarono ad una inutile violenza rimasta proverbiale come...vandalismo.
L'idea che corre alla mente quando pensiamo ai barbari è quella di rozzi pecorai seminomadi,  che calano verso le terre mediterranee non  certo attirati dalla cultura e dall'arte di quei popoli, ma dalla fame.
Non credo che l'unno Attila,quando marciava alla testa del suo animalesco esercito, frollando per giorni, sotto la sella della sua cavalcatura,  la carne che poi avrebbe divorato (e solo il pensiero ha su di me un forte potere emetico!) pensasse all'Eneide di Virgilio o alla concinnitas ciceroniana e tanto meno alla Domus Aurea o all'arco di Traiano!
E vogliamo parlare di Teodorico? E' vero che egli da bambino fu educato a Bisanzio, e conosceva il greco e il latino, ma i cromosomi barbari non lo tradirono mai e, tra l'altro, si macchiò dell'assassinio di Severino Boezio, uomo saggio e coltissimo, filosofo ("De consolatione philosophiae") e suo maestro di palazzo.
Tralasciamo Carlo Magno che,ergendosi a paladino della Chiesa, convertiva i popoli barbari non come un missionario, ma facendoli sfilare davanti a un patibolo: se accettavano di convertirsi, la Chiesa aveva un cristiano in più, altrimenti andavano a ingrossare le cataste di mancati cristiani decapitati!
Per quanto riguarda i regni romano-barbarici, l'integrazione tra i due popoli consistette solo nel fatto che si divisero i compiti.
Ai romani,acculturati o quanto meno alfabetizzati, fu assegnata l'amministrazione del regno, mentre i barbari tennero per sè quello che meglio sapevano fare: la difesa con le armi. Essi non rinunciarono mai alle loro leggi e alle loro tradizioni: vi dicono niente i termini faida, ordalia e guidrigildo?
Quest'ultimo poi è stato assorbito nelle nostre tradizioni..pagare per avere la cancellazione di un reato commesso.
Che poi, convivendo con gente di antica civiltà, alla lunga si siano dirozzati anche loro, è inevitabile: chi è a stretto contatto con un filologo, ad esempio, per il principio dei vasi comunicanti impara anche la consecutio!
Se avete avuto la pazienza di leggermi fin qui concludo con una citazione:
"Le biblioteche pubbliche di Roma e delle province scomparvero: alcune  vennero saccheggiate, altre bruciate, molte semplicemente vennero abbandonate al loro destino.
Del resto, la cultura germanica dei nuovi padroni era una cultura fondata essenzialmente sull’oralità, che quindi non poteva comprendere quali tesori si conservassero nelle biblioteche romane, né poteva preoccuparsi della loro sorte.
Difatti, soprattutto per quanto riguardava la cultura scritta, gli usi dei “barbari” invasori contrastavano con la precedente consuetudine romana: presso i Germani l’oralità aveva decisamente il predominio sulla scrittura e tale abitudine comportò un totale disinteresse verso le biblioteche, istituzioni deputate proprio alla conservazione di quel sapere scritto che per essi non aveva alcun senso (!!!)"

E con questo credo sia  sufficientemente chiara la mia tesi: non mi convincerete mai che i barbari...non fossero barbari!

Au revoir... mio diletto amico.

Santhippe


I barbari di Paolo Rumiz

Caro Socrathe come la colta e gentile Santhippe, anch'io prendo le distanze dall'articolo di Paolo Rumiz su Repubblica da Lei citato. Paolo Rumiz é una penna straordinaria. Dallo stile accattivante, coinvolgente, coniuga splendidamente dottrina e fascinazione. É uno dei miei giornalisti scrittori preferiti. Peró debbo purtroppo dissentire su quanto scrive a proposito dei popoli barbari. Tutto quello che c'era da dire l'ha detto, magistralmente, la coltissima Santhippe. Su una cosa Rumiz ha ragione. I barbari, in quanto nomadi, erano assolutamente maestri nell'arte di lavorare i metalli ed anche in tutto ció che si riferisce a lavori di oreficeria in genere: uniche vere testimonianze sopravvissute al loro regno del nulla. Cosí mi piace chiamare la loro epoca. Non capivano niente delle leggi romane. I codici di Teodorico, di Teodosio di Eurico ecc. non sono altro che raggruppamenti di leggi romane precedenti, di decretali e di bolle dei pontefici, e via discorrendo. La stessa societá visigota ( per ragioni di luogo dove vivo - Madrid-a me piú familiare) era irrimediabilmente frammentata, non avevano neppure saputo "ricopiare" l'ordinamento sociale romano, tant'é che recuperavano, al momento della guerra,  la figura celta del "caudillo". Dell'architettura visigota, nella penisola iberica, non rimane oggi quasi nulla (una sola chiesa intatta: San Juan de los baños) e le poche tracce testimoniano la totale ignoranza delle regole di costruzione romane per il fatto che recuperavano le stesse pietre delle rovine romane e le riutilizzavano in modo improprio nei loro piccolissimi templi. Ci restano invece notevoli gioielli: La corona di Recesvinto, per esempio, che Lei potrá ammirare in copia al museo archeologico Nazionale di Madrid. Una grande corona votiva con smalti e pietre preziose incastonate in fogli d'oro che ricoprivano un'anima di legno. Faceva parte del tesoro de Guarrazar, sicuramente la piú importante ed unica testimonianza di arte visigota. Tesoro ritrovato per caso vicino Toledo da un agricoltore nel 1858 e faticosamente recuperato dallo stato spagnolo, dopo essere stato smembrato e venduto di nascosto,  in tutti i musei e gli antiquari del mondo. Toledo, la capitale del regno visigoto, non possiede quasi nulla. Non cosí per gli arabi, invece, che, nel 711 cancellarono in meno di 20 anni, con una conquista fulminea della penisola iberica, la loro storia: le tracce sono splendide ed importanti. Del periodo califfale (992-1030) basta menzionare la sola mezquita di Cordova. Una mezquita dichiarata impura giá nel sec. XI dagli Almohades che si sostituirono agli Abadíes perché costruita su una precedente chiesa visigota dedicata a san Vicente per cui orientata come tutte le chiese cristiane a Est (Cristo é il sole che nasce-come lo é pure il nostro San Matteo!) e non a sud este (direzione de La Mecca) come vuole il corano. Del periodo taifale la splendida Alhambra di Granada tanto per citare degli esempi noti ed importanti. Spero che abbia avuto la pazienza di leggermi. Cordialmente La saluto.

Un uomo libero



Tutto iniziò così:

[...] Le parole di Santhippe [...]Soltanto due: una riguarda la Chiesa che, a quanto pare, non raccoglie le sue simpatie. Posso essere d'accordo con lui per moltissimi aspetti, ma un merito alla Chiesa, anche turandoci il naso, lo dobbiamo pur riconoscere: quello di aver salvaguardato e tramandato alla posterità la Cultura che, senza la sua benemerita opera, si sarebbe imbastardita  o sarebbe addirittura sparita, travolta dalle orde barbariche di cui, ancora oggi, vediamo purtroppo parecchi discendenti ed epigoni.

Santhippe

La mia risposta:

I BARBARI NON ERANO NÈ ROZZI NÈ INCOLTI.  Prendo spunto da un articolo di  Rumiz -La repubblica-, per rispondere alla colta e cara Santhippe. Non erano rozzi affatto, diletta amica. "Le aristocrazie barbare e romane avevano gli stessi modelli di autorappresentazione. L´imperatrice Amalasunta, sesto secolo, non me voglia la cara Santhippe se mai l'ha sentita nominare dalle sue parti, è in tutto e per tutto bizantina; la figlia di Teodorico l´ostrogoto ha scettro, corona, globo e dalmatica; abbina magnificamente la potenza del Nord con la raffinatezza d´Oriente, è una valchiria nei panni di Teodora, imperatrice costantinopolitana." E che dire della croce votiva visigota di Cluny, capolavoro di oreficeria e omaggio commovente alla Chiesa di Cristo, per non parlare del reliquiario merovingio dell´abbazia Svizzera di Sain Maurice d´Agaune, un barbarico cofanetto che ingloba un cammeo classico. [...]
Su una cosa devo per forza inchinarmi alla sua ragione, Santhippe cara, il ruolo della Chiesa. I barbari avevano un solo desiderio: integrarsi. E per integrarsi "veramente" erano costretti a divenir cristiani. Gli esempi non mancano tra gli Alemanni, gli Svevi, i Vandali, i Goti ed i Longobardi. Il cristianesimo, poteva benissimo vivere accanto alle tradizioni, alla cultura di questi antichi immigrati, poteva "inculturarsi" meglio con loro, senza togliere nulla alle loro identità.
Forse è anche per questo se l'eredità monumentale di Roma, dell'Impero, si è conservata sino ad oggi integra (o quasi). Grazie ai Barbari, integrati e colti!

Socrathe

giovedì, 17 gennaio 2008

L'Italia intera deve sapere del pattume che sporca Scicli e la sua gente.

La notizia della violenza ai danni della povera ragazza, e dei relativi arresti,

è stata pubblicata su mio suggerimento sul Blog più letto nel campo della lotta alla pedofilia: l'inferno degli Angeli.

Un diario on-line, tra pubblico e privato, di sensibilizzazione e denuncia sociale del presidente dell’Associazione Prometeo,

Massimiliano Frassi, voce sempre in prima linea nella tutela dell’infanzia violata e autore di libri di successo come “I bambini delle fogne di Bucarest” e “Predatori di bambini”.

Ringrazio Peppe Savà di Sciclinews per l’attenta denuncia e la scrupolosità editoriale nel fornire le notizie.

Ecco i link:

 - Associazione Prometeo : http://www.associazioneprometeo.org/

 - L'inferno degli Angeli: http://massimilianofrassi.splinder.com/

 

 - Qui la notizia riportata sul blog L'inferno degli Angeli : L'immondizia del Mondo.

 

Socrathe