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giovedì, 08 maggio 2008
Durante il fitto scambio epistolare tecnologico con Socrathe, ho avuto modo di sottoporgli una delle pagine più emozionanti che ho incontrato sulla Sicilia e sul sentimento che pervade un siciliano, soprattutto se per motivi di lavoro o di studio questi ha vissuto l'esperienza del distacco dallo scoglio di verghiana memoria.
Gli ho sottoposto il brano che quattordici anni fa diede il via, con "Il Cavaliere dell'Intelletto", dedicato a Federico II di Svevia, alla collaborazione tra Franco Battiato e Manlio Sgalambro. Si intitola "Teoria della Sicilia", e affonda il proprio umore sin dentro l'Ecclesiaste: "Vanità delle vanità è ogni storia".
Socrathe se ne è innamorato, e me lo ha ri-postato indietro, senza chiedermi nulla, implicitamente suggerendomi di pubblicare la nostra corrispondenza.
Ti accontento, Socrathe.

Il moderatore

Teoria della Sicilia
da Il Cavaliere dell'Intelletto
testo Manlio Sgalambro, Franco Battiato
musica e voce recitante Franco Battiato

Là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi. Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. Una teoria dell’isola è segnata da questa certezza. Un’isola può sempre sparire. Entità talattica, essa si sorregge sui flutti, sull’instabile. Per ogni isola vale la metafora della nave: vi incombe il naufragio. Il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l’estinzione. L’angoscia dello stare in un’isola come modo di vivere rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale. La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere: la storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda. Vanità delle vanità è ogni storia. La presenza della catastrofe nell’anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo taedium storico, fattispecie del nirvana. La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell’arte quest’isola è vera.


boomp3.com

Questa è la dedica del Direttore di Sciclinews,
Peppe Savà,
che ha voluto regalarmi tempo addietro,
questo pezzo di Sicilia,
di sicilianità,
di vanità.


VANITAS VANITATUM ET OMNIA VANITAS, Vanità delle Vanità è ogni storia.


 Verba Ecclesiastæ, filii David, regis Jerusalem.
[Vanitas vanitatum, dixit Ecclesiastes;
vanitas vanitatum, et omnia vanitas.

 Quid habet amplius homo
de universo labore suo quo laborat sub sole?]

Pensieri di Qohèlet, figlio di David, re in Gerusalemme.
Vanità delle vanità, dice Qohèlet.
Vanità delle vanità, tutto è vanità.
Quale vantaggio ricava l'uomo
dallo sforzo grandissimo che sopporta sotto il sole?
Passa una generazione e un'altra ne viene;
e la terra sussiste in perpetuo.
Sorge e tramonta il sole,
poi torna al luogo donde nuovamente risorge.
Il vento spira da mezzogiorno e si volge a settentrione,
spira girovagando qua e là
e sopra i suoi giri ritorna il vento.
Tutti i fiumi corrono al mare e il mare mai si empie;
quindi dal mare alla sorgente, correndo, fanno ritorno.
Tutti i discorsi finiscono ma nessuno riesce a dire tutto;
l'occhio non si sazia di vedere, né l'orecchio di udire.
Quanto è accaduto accadrà ancora;
tutto ciò che è avvenuto, si ripeterà:
nulla di nuovo sotto il sole.

Qoelet o Ecclesiaste


Qoelet è un libro presente sia nell'Antico Testamento della Bibbia cristiana che nella Bibbia ebraica. Nella raccolta cristiana è uno dei sette libri didattici, detti Sapienziali, contenuti nell'Antico Testamento. Nella raccolta ebraica è inserito tra i Ketuvim. Il nome ebraico del libro è Qohelet, che in italiano viene anche adattato nelle grafie Cohelet o in Qoelet. Il libro è chiamato anche Ecclesiaste, nome che deriva dalla traduzione in lingua greca e successiva latinizzazione della parola ebraica Qohelet.
Qoelet è il titolo del libro ed è anche lo pseudonimo dell'autore.

VANITAS VANITATUM ET OMNIA VANITAS


Questo è il celebre incipit dell’opera, celebre perché penso che ognuno di noi (tutti, tranne io come sostiene Santhippe) abbia sentito dire almeno una volta “niente di nuovo sotto il sole” o per lo meno abbia sentito l’espressione “vanità delle vanità”.
Dall’incipit in poi inizia la grande opera di Qohelet, che potrebbe essere definita una miscellanea di mistica-fiolosofia e poesia, in cui ci ritroviamo di fronte ad un’analisi puntuale dell’animo umano e dell’esistenza umana, in cui sono presenti gli interrogativi che affliggono gli uomini da migliaia di anni.
Tutto si muove, tutto passa, eppure tutto è fermo, tutto è uguale, dice Qohelet.
L’uomo sebbene ogni giorno faccia nuove esperienze non raggiungerà mai la conoscenza completa, e anzi spesso accrescendo la conoscenza, spesso accresce il dolore.
“ Molta sapienza, molto affanno,
chi accresce la scienza, accresce il dolore.”


Di fronte alla morte alla sofferenza, le ricchezze, i piaceri, la fatica e anche la stessa sapienza non sono altro che vanità.


Perciò ci si deve accontentare di ciò che Dio ci concede nella vita, anche perché ogni azione umana ha un tempo preciso per essere portata a compimento. E qui inizia un celebre passo biblico:


“Ogni cosa ha il suo tempo,
e ogni faccenda il suo momento sotto il sole:
tempo di nascere e tempo di morire;
tempo di piantare e tempo di svellere ciò che si pianta.
Tempo di ferire e tempo di guarire,
tempo di distruggere e tempo di edificare.
Tempo di piangere e tempo di ridere;
tempo di gemere e tempo di danzare.
Tempo di gettare pietre e tempo di raccoglierle;
tempo di abbracciarsi e tempo di astenersi dall'amplesso.
Tempo di cercare e tempo di perdere;
tempo di conservare e tempo di buttar via.
Tempo di strappare e tempo di cucire;
tempo di tacere e tempo di parlare.
Tempo di amare e tempo di odiare;
tempo di guerra e tempo di pace.”


Dopo una serie di considerazioni in cui si dice che la vita è una battaglia a cui non ci si può sottrarre, Qohelet ci dice che il male mai fa bene a chi lo fa, solo il bene ha l’approvazione di Dio, anche se poi dopo la vita può non esserci ricompensa. Tutti noi buoni e cattivi abbiamo la stessa sorte , ma è bene vivere la vita giorno per giorno, perché tutto si può concludere all’improvviso ( e così Qohelet anticipa il carpe diem di qualche secolo).

Santhippe

Grazie Santhippe, Socrathe.

giovedì, 27 marzo 2008

Daniela Santanchè, una scrittrice di sinistra.

Daniela Santanchè, una scrittrice di sinistraPrivate dei diritti più elementari da una concezione dell'Islam a cui non sappiamo o non vogliamo dare risposte adeguate, inseguite anche nel nostro paese dalle imposizioni più aberranti del fondamentalismo religioso. Le donne violate con il loro grido di aiuto rendono sempre più attuale il monito che l'autrice lancia ai governanti italiani e europei. Perché nessuno debba dimenticare che la libertà delle donne dell'Islam è, in ultima analisi, la libertà di tutti noi. Daniela Santanchè analizza la drammatica condizione in cui si trovano migliaia di donne islamiche che vivono in Italia, denunciando le ambiguità e i silenzi della politica, soprattutto della sinistra “che non sa fare più il proprio dovere”. –Socrathe-


Un articolo di Pierangelo Buttafuoco.

Tutto comincia da ciò che accade alla vagina: un coltello da innesto serve per l’asportazione del clitoride, una lama seghettata viene utilizzata per il raschiamento dei tessuti molli: procedimento che dopo, a infibulazione completata, agevola la cicatrizzazione, anzi la saldatura delle grandi labbra affinché la verginità abbia un sigillo definitivo. In attesa dello stupro nuziale. Tutto ciò secondo un retaggio tribale. Tutto ciò, denuncia Santanchè, secondo un’errata e arbitraria interpretazione dell’Islam. Tutto ciò anche in casa nostra, in Italia, dove, secondo il dettagliato reportage delle Donne violate, l’immigrazione clandestina si accompagna agli abusi e agli orrori.

Un libro che denuncia la tragedia della segregazione delle donne dovrebbe essere libertario, sovversivo, progressista, insomma, molto di sinistra. E invece: «È la sinistra che non sa fare più il proprio dovere. Certo, ho ricominciato là dove 30 e più anni fa aveva finito Ludovico Corrao, il difensore di Franca Viola, la prima ragazza che si rifiutò di sposare il proprio seduttore-stupratore. Oggi è la destra che difende le migliaia di donne costrette alle più aberranti imposizioni del fondamentalismo religioso. Con il silenzio della sinistra resterebbero in catene, autentiche catene, le tante e troppe ragazze islamiche costrette all’oscurantismo».

Leggiamo: «Mangio filo spinato da 18 anni...». Un libro proprio ben scritto. «Peccato che non ci credano che lo scriva io. Ho buttato il sangue in questo lavoro. Ci sono nomi, indirizzi, numeri, statistiche...». Un vero reportage sul dramma che vivono le donne con il velo sradicate e travolte dal modello occidentale. Qui si racconta di Hina, la ragazza pachistana «uccisa in casa», ma anche di Souid, buttata giù dal balcone dal marito, di Amel investita con l’automobile da un parente, di Soumaya, insultata per essersi ossigenata i capelli, di Sobia, avvelenata per via delle sue frequentazioni occidentali, e di tutte le altre dimenticate, nascoste e rassegnate. Tutte imprigionate da un tabù etnico più che da una religione che ha dato grandezze e imperi all’umanità. Una storia su cui la sinistra tace, con un’illustre eccezione, Giuliana Sgrena, di cui Santanchè dice: «Ha avuto coraggio nel suo libro. La sua è l’unica posizione controcorrente nel panorama ideologico della sinistra italiana». Una storia dove la sinistra magari esercita un compiaciuto narcisismo. «Claudio Magris mi fa da faro a proposito di Lilli Gruber col chador: civettare con il proprio io fingendo di occuparsi degli altri è il tratto distintivo del cuore freddo».

Una storia dove la sinistra dovrà far fare il lavoro più difficile alla destra: «Fermare la lama che raschia la vagina».


 

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lunedì, 21 gennaio 2008


Socrathe & SanthippeMio caro amico  Socrathe,
mi invitate a nozze con tale argomento e solo l'idea di contrastare le vostre dotte disquisizioni eccita la mia vena dialettica!
Non farò una lezione di storia medievale per non tediare gli eventuali lettori e cercherò di essere breve, anche se purtroppo non ho il dono della sintesi.
Esordisco col dire che la storia è troppo complessa per impararla da un articolo di giornale.
Bene, adesso viene fuori che i barbari erano civili, colti, raffinati e anche artisti!
Mi fa specie che lo diciate voi, siciliano,  abitante di un'isola da sempre terra di conquista, anche dai vostri decantati barbari.
I vostri antenati, mio caro,  hanno dovuto subire, a partire dall'anno 440 d.C., l'invasione e la conquista da parte dei Vandali di Genserico, che razziarono,distrussero e si abbandonarono ad una inutile violenza rimasta proverbiale come...vandalismo.
L'idea che corre alla mente quando pensiamo ai barbari è quella di rozzi pecorai seminomadi,  che calano verso le terre mediterranee non  certo attirati dalla cultura e dall'arte di quei popoli, ma dalla fame.
Non credo che l'unno Attila,quando marciava alla testa del suo animalesco esercito, frollando per giorni, sotto la sella della sua cavalcatura,  la carne che poi avrebbe divorato (e solo il pensiero ha su di me un forte potere emetico!) pensasse all'Eneide di Virgilio o alla concinnitas ciceroniana e tanto meno alla Domus Aurea o all'arco di Traiano!
E vogliamo parlare di Teodorico? E' vero che egli da bambino fu educato a Bisanzio, e conosceva il greco e il latino, ma i cromosomi barbari non lo tradirono mai e, tra l'altro, si macchiò dell'assassinio di Severino Boezio, uomo saggio e coltissimo, filosofo ("De consolatione philosophiae") e suo maestro di palazzo.
Tralasciamo Carlo Magno che,ergendosi a paladino della Chiesa, convertiva i popoli barbari non come un missionario, ma facendoli sfilare davanti a un patibolo: se accettavano di convertirsi, la Chiesa aveva un cristiano in più, altrimenti andavano a ingrossare le cataste di mancati cristiani decapitati!
Per quanto riguarda i regni romano-barbarici, l'integrazione tra i due popoli consistette solo nel fatto che si divisero i compiti.
Ai romani,acculturati o quanto meno alfabetizzati, fu assegnata l'amministrazione del regno, mentre i barbari tennero per sè quello che meglio sapevano fare: la difesa con le armi. Essi non rinunciarono mai alle loro leggi e alle loro tradizioni: vi dicono niente i termini faida, ordalia e guidrigildo?
Quest'ultimo poi è stato assorbito nelle nostre tradizioni..pagare per avere la cancellazione di un reato commesso.
Che poi, convivendo con gente di antica civiltà, alla lunga si siano dirozzati anche loro, è inevitabile: chi è a stretto contatto con un filologo, ad esempio, per il principio dei vasi comunicanti impara anche la consecutio!
Se avete avuto la pazienza di leggermi fin qui concludo con una citazione:
"Le biblioteche pubbliche di Roma e delle province scomparvero: alcune  vennero saccheggiate, altre bruciate, molte semplicemente vennero abbandonate al loro destino.
Del resto, la cultura germanica dei nuovi padroni era una cultura fondata essenzialmente sull’oralità, che quindi non poteva comprendere quali tesori si conservassero nelle biblioteche romane, né poteva preoccuparsi della loro sorte.
Difatti, soprattutto per quanto riguardava la cultura scritta, gli usi dei “barbari” invasori contrastavano con la precedente consuetudine romana: presso i Germani l’oralità aveva decisamente il predominio sulla scrittura e tale abitudine comportò un totale disinteresse verso le biblioteche, istituzioni deputate proprio alla conservazione di quel sapere scritto che per essi non aveva alcun senso (!!!)"

E con questo credo sia  sufficientemente chiara la mia tesi: non mi convincerete mai che i barbari...non fossero barbari!

Au revoir... mio diletto amico.

Santhippe


I barbari di Paolo Rumiz

Caro Socrathe come la colta e gentile Santhippe, anch'io prendo le distanze dall'articolo di Paolo Rumiz su Repubblica da Lei citato. Paolo Rumiz é una penna straordinaria. Dallo stile accattivante, coinvolgente, coniuga splendidamente dottrina e fascinazione. É uno dei miei giornalisti scrittori preferiti. Peró debbo purtroppo dissentire su quanto scrive a proposito dei popoli barbari. Tutto quello che c'era da dire l'ha detto, magistralmente, la coltissima Santhippe. Su una cosa Rumiz ha ragione. I barbari, in quanto nomadi, erano assolutamente maestri nell'arte di lavorare i metalli ed anche in tutto ció che si riferisce a lavori di oreficeria in genere: uniche vere testimonianze sopravvissute al loro regno del nulla. Cosí mi piace chiamare la loro epoca. Non capivano niente delle leggi romane. I codici di Teodorico, di Teodosio di Eurico ecc. non sono altro che raggruppamenti di leggi romane precedenti, di decretali e di bolle dei pontefici, e via discorrendo. La stessa societá visigota ( per ragioni di luogo dove vivo - Madrid-a me piú familiare) era irrimediabilmente frammentata, non avevano neppure saputo "ricopiare" l'ordinamento sociale romano, tant'é che recuperavano, al momento della guerra,  la figura celta del "caudillo". Dell'architettura visigota, nella penisola iberica, non rimane oggi quasi nulla (una sola chiesa intatta: San Juan de los baños) e le poche tracce testimoniano la totale ignoranza delle regole di costruzione romane per il fatto che recuperavano le stesse pietre delle rovine romane e le riutilizzavano in modo improprio nei loro piccolissimi templi. Ci restano invece notevoli gioielli: La corona di Recesvinto, per esempio, che Lei potrá ammirare in copia al museo archeologico Nazionale di Madrid. Una grande corona votiva con smalti e pietre preziose incastonate in fogli d'oro che ricoprivano un'anima di legno. Faceva parte del tesoro de Guarrazar, sicuramente la piú importante ed unica testimonianza di arte visigota. Tesoro ritrovato per caso vicino Toledo da un agricoltore nel 1858 e faticosamente recuperato dallo stato spagnolo, dopo essere stato smembrato e venduto di nascosto,  in tutti i musei e gli antiquari del mondo. Toledo, la capitale del regno visigoto, non possiede quasi nulla. Non cosí per gli arabi, invece, che, nel 711 cancellarono in meno di 20 anni, con una conquista fulminea della penisola iberica, la loro storia: le tracce sono splendide ed importanti. Del periodo califfale (992-1030) basta menzionare la sola mezquita di Cordova. Una mezquita dichiarata impura giá nel sec. XI dagli Almohades che si sostituirono agli Abadíes perché costruita su una precedente chiesa visigota dedicata a san Vicente per cui orientata come tutte le chiese cristiane a Est (Cristo é il sole che nasce-come lo é pure il nostro San Matteo!) e non a sud este (direzione de La Mecca) come vuole il corano. Del periodo taifale la splendida Alhambra di Granada tanto per citare degli esempi noti ed importanti. Spero che abbia avuto la pazienza di leggermi. Cordialmente La saluto.

Un uomo libero



Tutto iniziò così:

[...] Le parole di Santhippe [...]Soltanto due: una riguarda la Chiesa che, a quanto pare, non raccoglie le sue simpatie. Posso essere d'accordo con lui per moltissimi aspetti, ma un merito alla Chiesa, anche turandoci il naso, lo dobbiamo pur riconoscere: quello di aver salvaguardato e tramandato alla posterità la Cultura che, senza la sua benemerita opera, si sarebbe imbastardita  o sarebbe addirittura sparita, travolta dalle orde barbariche di cui, ancora oggi, vediamo purtroppo parecchi discendenti ed epigoni.

Santhippe

La mia risposta:

I BARBARI NON ERANO NÈ ROZZI NÈ INCOLTI.  Prendo spunto da un articolo di  Rumiz -La repubblica-, per rispondere alla colta e cara Santhippe. Non erano rozzi affatto, diletta amica. "Le aristocrazie barbare e romane avevano gli stessi modelli di autorappresentazione. L´imperatrice Amalasunta, sesto secolo, non me voglia la cara Santhippe se mai l'ha sentita nominare dalle sue parti, è in tutto e per tutto bizantina; la figlia di Teodorico l´ostrogoto ha scettro, corona, globo e dalmatica; abbina magnificamente la potenza del Nord con la raffinatezza d´Oriente, è una valchiria nei panni di Teodora, imperatrice costantinopolitana." E che dire della croce votiva visigota di Cluny, capolavoro di oreficeria e omaggio commovente alla Chiesa di Cristo, per non parlare del reliquiario merovingio dell´abbazia Svizzera di Sain Maurice d´Agaune, un barbarico cofanetto che ingloba un cammeo classico. [...]
Su una cosa devo per forza inchinarmi alla sua ragione, Santhippe cara, il ruolo della Chiesa. I barbari avevano un solo desiderio: integrarsi. E per integrarsi "veramente" erano costretti a divenir cristiani. Gli esempi non mancano tra gli Alemanni, gli Svevi, i Vandali, i Goti ed i Longobardi. Il cristianesimo, poteva benissimo vivere accanto alle tradizioni, alla cultura di questi antichi immigrati, poteva "inculturarsi" meglio con loro, senza togliere nulla alle loro identità.
Forse è anche per questo se l'eredità monumentale di Roma, dell'Impero, si è conservata sino ad oggi integra (o quasi). Grazie ai Barbari, integrati e colti!

Socrathe

martedì, 15 gennaio 2008
San Biagio, protettore delle discaricheAl Prefetto di Ragusa.
e p.c. al Presidente del Consiglio dei Ministri.
 


Eccellenza, Signor Premier,
siamo siciliani, o meglio sciclitani, un popolo di massari, campieri e gabelloti. Sarebbe nostra gioia accogliere la mondezza degli amici napoletani nella gradevole discarica che insiste sul nostro territorio.

Il luogo è ameno ed ha anche un bel nome, quello di un Santo: Biagio. La scelta del titolo per il centro delle riposte lordure non fu casuale, e storicamente necessitata è la giustificazione della nostra occorrenza.

Biagio era medico e venne nominato vescovo della sua città, al pari del medico Cantore (per dirla sempre col Foscolo) proclamato Sindaco del suo paese: Scicli. A causa della sua fede, Biagio muore martire ed è Santo subito. Il nostro Imperator de Badiula et Senator de Stradanova defendenda è ancora in vita. È stato comunque in fama di santità. L’analogia agiografica tra i due medici è sorprendente ed a dir poco imbarazzante. Ecco quel che scrive l’arciprete Antonino Carioti a tal riguardo, nelle sue notizie storiche della città di Scicli:

“.. A causa della sua fede, tanto poco cattolica quanto esageratamente comunista, il Sindaco di Scicli venne politicamente imprigionato dai Modicani; al momento della “cattura” fu lasciato solo dagli eremiti amici suoi che fuggirono assai prima del ratto; durante il processo rifiutò di rinnegare fede e dottrina e, per punizione, fu straziato con i pettini di ferro che si usano per cardare la lana e condannato ad ospitare nel suo territorio, ad perpetuum e senza obolo alcuno, la mondezza della Contea.

Nella causa ad beatificandum del medico Sindaco, il tormento della condanna dell’editto Modicano, scontato giorno per giorno dai suoi concittadini, non agevolò tuttavia il processo di glorificazione. L’iter di beatificazione si arrestò alla canonizzazione e non passò mai per gli uffici di Roma.

Una motivazione plausibile del mancato supplizio [che l’avrebbe fatto Santo!] del Sindaco di Scicli, già Imperator de Badiula et Senator de Stradanova defendenda, può essere trovata nel dissidio dell’allora Margherita e del fu partito dei Democratici di Sinistra, che portò a persecuzioni locali, con distruzione di chiese dopo il restauro, chiusura di strade e viuzze basolate, condanne ai lavori forzati per i Democratici Cristiani e lobotomia indotta per Comunisti e Rifondaroli.

La rivoluzione delle coscienze d’allora deviò l’impeto della rivalsa popolare su argini clementi, e del doveroso martirio del medico non se ne seppe più nulla .. ”
Così fu la storia della discarica di San Biagio e del Sindaco nostro Cantore, Santo mancato.

Questa breve e cauta discesa tra le rapide del passato, breve per ragioni di spazio, e cauta per la scarsa attendibilità delle fonti, segna il passo alla nostra querela: rendeteci ciò che la Storia ci deve e che il nuovo Presidente dell’Ato, con la paventata chiusura del sito, vuole per sempre distruggere.

Eccellenza, Signor Premier, siamo pronti ad accogliere, nel giubilo e nel gaudio della nostra antica tradizione monnezzara, la «dovizia» omogeneizzata e compattata dei nostri fratelli borbonici, dignitosamente non differenziata e ripudiata da tutti. Ne abbiamo fatto una questione morale, ancor prima che storica e conservatrice di valori e ideali, da difendere e tramandare, e che nessuno mai potrà cancellare.

Abbiamo bisogno delle malformazioni fetali e dei tumori della nostra discarica per andare avanti.
La mondezza conferita da Modica, mai captata e tanto meno pagata, da sola, non soddisfa più le già meste aspettative. Consegnate qualche tonnellata di nostalgica sozzura al popolo di Scicli.

È la nostra ultima et umile preghiera.
 

 

La lettera è semiseria.
L'agiografia di San Biagio credo sia attendibile. Quella del Sindaco di Scicli, verosimile.
Ringrazio Santhippe per le notizie riguardo lo storico Carioti, per la consecutio.. ad defendenda,  e  per avermi sopportato sino ad oggi.  leggi l'articolo su Sciclinews

e questi ci copiano pure.. leggete qui: I rifiuti di Napoli finiscono anche nella discarica di San Biagio
 I Barbari, non erano né rozzi né incolti. Prendo spunto da un articolo di  Rumiz -La repubblica-, per rispondere alla colta e cara Santhippe. Non erano rozzi affatto, diletta amica. "Le aristocrazie barbare e romane avevano gli stessi modelli di autorappresentazione. L´imperatrice Amalasunta, sesto secolo, non me voglia la cara Santhippe se mai l'ha sentita nominare dalle sue parti, è in tutto e per tutto bizantina; la figlia di Teodorico l´ostrogoto ha scettro, corona, globo e dalmatica; abbina magnificamente la potenza del Nord con la raffinatezza d´Oriente, è una valchiria nei panni di Teodora, imperatrice costantinopolitana." E che dire della croce votiva visigota di Cluny, capolavoro di oreficeria e omaggio commovente alla Chiesa di Cristo, per non parlare del reliquiario merovingio dell´abbazia Svizzera di Sain Maurice d´Agaune, un barbarico cofanetto che ingloba un cammeo classico. [...]
Su una cosa devo per forza inchinarmi alla sua ragione, Santhippe cara, il ruolo della Chiesa. I barbari avevano un solo desiderio: integrarsi. E per integrarsi "veramente" erano costretti a divenir cristiani. Gli esempi non mancano tra gli Alemanni, gli Svevi, i Vandali, i Goti ed i Longobardi. Il cristianesimo, poteva benissimo vivere accanto alle tradizioni, alla cultura di questi antichi immigrati, poteva "inculturarsi" meglio con loro, senza togliere nulla alle loro identità.
Forse è anche per questo se l'eredità monumentale di Roma, dell'Impero, si è conservata sino ad oggi integra (o quasi). Grazie ai Barbari, integrati e colti!

Socrathe

[...] Le parole di Santhippe [...]Soltanto due: una riguarda la Chiesa che, a quanto pare, non raccoglie le sue simpatie. Posso essere d'accordo con lui per moltissimi aspetti, ma un merito alla Chiesa, anche turandoci il naso, lo dobbiamo pur riconoscere: quello di aver salvaguardato e tramandato alla posterità la Cultura che, senza la sua benemerita opera, si sarebbe imbastardita  o sarebbe addirittura sparita, travolta dalle orde barbariche di cui, ancora oggi, vediamo purtroppo parecchi discendenti ed epigoni.

 

domenica, 04 novembre 2007
  

Quando le oche starnazzano

Gentili amici, chi non ricorda la propria storia é condannato a riviverla! Proprio cosí. Se ci fate caso, il dibattito in cittá, che prima ardeva come braci ardenti, sulla discarica, sulla fondazione del nuovo Partito democratico, sulle prioritá sociali e politiche, con l'omicidio Drago si é  tanto affievolito da far pensare che mai, in effetti, gli argomenti erano stati presi sul serio. Mafia o non mafia, ordine pubblico o disordine pubblico sta di fatto che i fuochi dell'attenzione si sono spostati altrove pericolosamente. E se prima il nostro benemerito sindaco paciosamente, dall'alto del suo Olimpo, si dilettava ad incarognire di tanto in tanto la plebe con qualche mossa ad effetto(pignoramenti, smentite di accordi palesi, ecc...), nell'immediatezza dell'omicidio Drago, ha saggiamente optato per una classica posizione di prudenza (o di omertá?), lasciando che il volgo sfogasse tutta la sua ira, quella vera e quella affettata. Rendendo grazie al suo nume tutelare, il Nostro ha risolto cosí, per un'ennesima volta, procrastinandoli, i problemi piú scottanti che affliggono da tutti i suoi mandati la cittá, sui quali si sollecitavano risposte urgenti. Il tempo e la dimenticanza, dice la saggezza antica, sono le migliori cure. Ma attenti! Non cadiamo anche noi in questo fatale equivoco! Se le oche del Campidoglio non avessero starnazzato a lungo, i romani lá rinchiusi, troppo tardi si sarebbero  accorti di Brenno e dei suoi uomini e sarebbero caduti nelle loro mani! Cosí non fu, ci racconta la leggenda. Brenno pretese un riscatto in oro per risparmiare la cittá e a quanti si resero conto delle sue bilance truccate pronunció, aggiungendo ai pesi la sua spada, la celebre frase:"Vae, victis!" 

Allora, manifestiamo pure contro la criminalitá emergente, ma ricordiamoci di tenere gli occhi e la mente molto ben aperti sugli altri problemi senza trascurarne nessuno. Guai a chi si lascia vincere!     

 


 
Riprendiamo il cammino..

Grazie, Uomo Libero.


mercoledì, 24 ottobre 2007


Signori,

accogliamo i molti fischi ed i pochi applausi allo stesso modo. Siamo noi attori ed autori dell'opera andata in scena. Vogliamo colpevolizzare l’ignara grammatica e la sprovveduta ortografia per poi condannarle in contumacia? Per favore, smettiamola. La colpa del cattivo spettacolo, se indigesto è stato, è solo nostra.

Non entro nel merito dell'acceso dibattito su Sacro (Filosofia, letteratura, cinema.. etc) e Profano (spernacchiamenti, ravioli, aquilotti.. etc).
Non mi compete e non ne ho voglia.

Coloro che scrivono, sui liberi Blog o sui fogli di un quotidiano, sui muri delle case o sulle pentole e sui coperchi delle nostre sventurate cucine, .. della mortadella andata a male che ci governa, delle amanti del prete, della pirofollia, delle cooperative fallite, di Seneca e del basolone.. sono semplicemente Artisti. Li chiameremo alla bisogna, poeti, saggi, succhiainchiostro o “imbrattapietre.. per poi unirli sotto lo stesso tetto, di una stessa casa: la passione.

Lo sapevate, lo sapevamo, lo sapete e lo sappiamo. Il narciso che cova dentro allo scrittore che in voi non morirà mai annegato nel fiume delle sue parole. Lo avete dentro e ve lo tenete!! Combattetelo se potete, se volete. Mai lo caccerete dalla vostra anima.

Orsù Gente, sorridiamo.. .

Voi scriverete sempre dei Dolori del Giovane Werther, così come riderete delle zucchine e dei tuberi, silenti e raglianti.

Siete clown in questo circo, non scordatelo, mai.

Le regole d’ingaggio erano chiare.

Adesso ridete..
per quel che v’avvelena il cor..

                                                                                          Socrathe®

Inchiostro senza maschera

 

Alla fine ho parlato del Sacro e del Profano; non ci posso proprio combattere con il fanciullino che mi piange dentro e addosso se non scrivo!!!! Il Narciso mio, è robba i chiazza!! Ne parleremo in distinta sede, contateci. Per leggere altri commenti al post

 

 


 

  Coop Risorgimento

FALLITA!!!Le vie del mare
L'insonnia.. delle bilance commerciali e dei pagamenti, la smania.. dei conti, l'ansia.. dell'iva, in Economia, sono malattie incurabili.
I bilanci non conoscono letti o guanciali su cui riposare...

L'unico sogno che la Risorgimento ha fatto, è stato quello di volare.. nel baratro.

Benvenuta Apofruit..

Sarai la finestra sempre aperta sul Mediterraneo.. tanto attesa dai nostri produttori, pronta ad accogliere i pomodorini di Hammamet, le carote di Dubai, le melanzane turche, i cetrioli.. sciclitani. Questi li produrremo sempre noi. Ne sono certo.

Buona giornata, gente..

Postato da: Socrathe® il: 25/10/2007

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MEDIFORUM

Trattori e..Tutù.

Presidente di Mediforum, desideravo sapere se, al prossimo stage di balli caraibici, olimpici e latini, parteciperà anche il vostro Platinett..ato membro dalla basola.. danzante. Lo avete estorto, ieri, alla gloria delle serre e dei campi. Liberatelo oggi e senza condizioni all’antico suo sogno. (Basola Tersicorea).



Beati illi.. qui in circulum circumeunt..

Socrathe®


mercoledì, 03 ottobre 2007

 

Vorrei vederlo in faccia lo Spirito Santo,
incontrarlo lungo la via dell'antica fiducia, la rinnovata Fides tanto cara ai credenti di oggi, che non sono mai stai quelli di ieri e mai lo saranno, smarriti nel cammino della perduta preghiera.

 

Vedete miei cari, il corso delle cose, degli uomini e dei Santi, si adegua al tempo vissuto, in diacronica osmosi tra il tempo dell'orologio, quello delle lancette ed, il tempo dell'io, quello interno, quello di cui nessuno conosce l'ora.

 

La Chiesa ha sempre puntato tutto sul camaleontico potere della Fede, sul Suo spirito innato di adattamento. Ieri ha vinto la predica del buon Padre di una chiesetta sperduta nelle campagne dell'anima, oggi no.

 

La puzza di un clero, deviato, pedofilo, pappone,  ha saturato le narici di tutti, laici e cattolici. L'odore di lavanda delle candide lenzuola di lino, che da sempre hanno ingentilito il freddo marmo degli altari delle Chiese del Mondo, non c'è più.

 

Era semplice, in passato, per un modesto predicatore, convincere le nude coscienze della gente, sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci. Che provi adesso a raccontar parabole ai bambini del mondo, gli riderebbero in faccia.

 

Ciò nonostante, credo ancora negli antichi valori, porto i miei bimbi in Chiesa, mi affido all’Immensa Luce nei momenti bui e di sconforto .

Forse non prego più, vorrei comunque tornare a farlo, sul banco della devozione, flettere le ginocchia e cercare il Suo perdono.

 

                                                                                Socrathe®

 


Post al Forum Sciclinews

del 3 ottobre 2007