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martedì, 21 aprile 2009
Gioia: Gianni ManiaLa foto in originale è di Gianni Mania, la distorsione metafisica è del figlio del signor Adobe, il piccolo Photo, Photoshop per gli amici.

Gioia: Socrathe



Pasqua e le tradizioni sciclitane.

La Pasqua non appartiene alle tradizioni antiche della nostra città. Sicuramente nel giorno della Resurrezione il popolo celebrava un incontro, "una pace", tra il Cristo e la Madonna. Tradizione vera, questa, dimenticata, come tante altre, dalla memoria sempre più corta della nostra gente.  La processione con il "Venerabile", no. Quella è antichissima e radicata nella storia della città. Tra l'altro il "Gioia", prima di essere "decentemente" dipinto (è il caso di dirlo) dal nostro bravissimo e poco conosciuto pittore locale Bartolomeo Militello, non era gran che. Se la memoria non m'inganna, non era neppure custodito in Santa Maria La Nova bensì nella chiesetta di Valverde e non era neanche oggetto di grande venerazione. Tutto credo cominciò con le prime lotte sociali, alla fine dell'ottocento. Si voleva vedere in un Cristo, sventolante per pura combinazione una bandiera rossa, l'atteso salvatore che avrebbe sicuramente riscattato il popolo dal sistema feudale che per secoli lo aveva sfruttato e affamato. Da qui il pazzo desiderio antropomorfo di rendere il simulacro affine all'uomo con i relativi eccessi prodotti da una mentalità ignorante e per nulla catechizzata. Il saluto del Gioia alla statua di  Busacca, alla sezione della camera del lavoro; il passaggio della statua davanti alla bettola di "zia Cuncetta", nel cuore più antico della città; una scappatella al nuovo casino fuori porta, con tanto di bombe e fuochi; le visite al carcere e all'ospedale (non per consolare i carcerati e i malati ma per sentirlo vivo, uno di loro in mezzo alla gente). Eccessi ma anche ragioni del vero motivo perché qualcuno all'inizio del secolo breve cominciò a chiamarlo "l'uomo vivo". Nel disperato tentativo di farlo veramente vivere nel cuore e nella mente. La Chiesa locale, imborghesita e corrotta, distratta e assente, profondamente contrastata da un protestantesimo che riusciva, con più coraggio e autenticità, ad annunciare il messaggio pasquale, lasciò correre. La città da sempre spaccata nel suo più intimo tessuto sociale trovò finalmente l'idolo che le mancava per ritornare a un antico protagonismo. Le sue diverse anime, in perenne contrasto, avevano bisogno di ritrovare un equilibrio, una valvola di sfogo per l'appunto che garantisse una loro convivenza pacifica. Da sempre, da quando cioè le pesti avevano decimato la popolazione, la città era stata meta di forti immigrazioni provenienti da paesi dell'interno dell'isola. Questa gente non portava solo braccia. Portava abitudini diverse, costumi differenti, tensioni, bisogni e desideri che necessariamente nel lungo periodo dovevano scatenare lotte, divisioni, gelosie, rancori. Con la lingua anche la rissosità, ormai sicuramente e definitivamente catalogata come componente caratteriale del nostro DNA, ci hanno distinto nel territorio da tutti gli altri vicini. Abbiamo sempre litigato per tutto, gli sciclitani, nella nostra storia. Per avere un santo tutto per noi; per avere il posto d'onore nelle manifestazioni pubbliche, nei funerali importanti, nella distribuzione delle alte cariche quando Modica era la capitale di una contea. Litigavano le parrocchie per l'ordine che occorreva rispettare durante le innumerevoli processioni pubbliche con le quali il clero sperava di addormentare la coscienza della gente. Si davano botte da orbi i portatori dell'arca di San Guglielmo, contenente i resti mortali del santo, così come poi è accaduto varie volte col Gioia (chiamato in altre epoche anche "U Signuri re cuorpi"). Furono tanti gli eccessi che si produssero durante quelle processioni del santo che dovette intervenire drasticamente il vescovo di Siracusa per sospenderle prima e vietarle definitivamente poi. Così si perdette, con le processioni, anche la memoria di quello che era stato per il popolo e la religiosità popolare il grande ricordo del taumaturgico Protettore.

E allora? Un Uomo libero non vuole sopprimere la festa del Gioia. Tranquilli. Non vuole invece che si ripetano i fatti di San Guglielmo. Vuole solo disciplinare una tradizione malintesa che, vissuta così, difficilmente potrebbe durare. Purificarla da tutti quegli orpelli non necessari che la qualificano all'estero come demenziale e pagana. Non credo che ci voglia molto per farlo. Occorre solo una forte presa di coscienza da parte delle Autorità religiose e da parte di quella fetta della società sciclitana più sensibile al nostro passato. Qualcuno potrebbe chiedere come? Semplice. Istituendo un vero e proprio albo dei portatori nel quale dovrebbero registrarsi tutti coloro i quali volessero portare la statua del Cristo nel giorno di Pasqua. Istruendo poi gli aderenti, durante l'anno, con un'informazione e una catechesi adeguate. Responsabilizzandoli in caso di danni a persone e cose. Così si eviterebbero lo scompiglio all'uscita e al rientro del Venerabile (un vero sacrilegio); il saluto a Busacca (una vera scemenza), i giri inconcludenti in piazza Carmine(demenziali) e tutte quelle manifestazioni che poco hanno a che fare col Cristo e la sua resurrezione. Per fare questo ci vuole molto lavoro, però. Da parte della Chiesa e da parte dei parroci. E qui, purtroppo, cade l'asino.

Un Uomo Libero

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sabato, 18 aprile 2009

Nel 1626 Scicli fu colpita dalla peste. Di questa terribile sciagura ne aveva avuto presagio una signorina tutta casa e chiesa, una vecchia bizzoca di Chiafura che portava sfortuna solo a nominarla, come raccontano le cronache del tempo, ma non era una majara. Anzi, tutt’altro. L'ascetica "donzella" nelle sue meditazioni aveva visto bene: i raggi della Gioia saranno incatenati nel giorno di Pasqua dai fiori di un Santo, la città sarà illuminata a morte dalle ciaccàre… Che voleva dire la profezia?

La cavalcata di San Giuseppe e il GioiaSi racconta che la Festa del Gioia nell'anno del Signore 1626 fu traslata di un mese rispetto alle celebrazioni calendarizzate della Santa Pasqua. Ovvero, la Pasqua non si festeggiò la Domenica successiva a quella delle Palme. Le lancette dei festeggiamenti del Gioia furono spostate in avanti di un mese! Le tre principali feste di Scicli erano kermesse primaverili: la Cavalcata di San Giuseppe, il Cristo Risorto e la Madonna delle Milizie salutavano il luminoso risveglio della natura dopo il malinconico buio dell’inverno (da Cronache del Basso Impero – J. Petrolius – prima edizione). La cadenza delle tre feste dava vita a una successione naturale di numeri fausti. C’è poco da dire. E sulle tradizioni la proprietà transitiva della matematica non poteva essere applicata. Anche perché sui numeri categorici delle date destinate ai festeggiamenti dei Santi nessuno doveva mettere mano. Il teorema di Gregoriano, quello del calendario per intenderci, parla chiaro: il 25 dicembre è Natale, il 6 Gennaio è l’epifania, il 19 marzo è San Guseppe etc.. Tuttavia a Scicli nel 1626 qualcuno provò a sovvertire l’ordine degli eventi. Una risoluzione assurda e strana tanto da far smarrire il senso del divino orientamento ai poveri popolani che vivevano di abitudini e di certezze, e che erano altresì preoccupati per l' inconcepibile decisione del Vescovo che -per una circostanza ancora oggi non chiara- volle dare spazio alle celebrazioni della Fuga in Egitto della Sacra Famiglia(1) proprio nel giorno della Resurrezione.

Il Vescovo s'era messo in testa di cambiare le magnifiche sorti e il destino fausto e progressivo della città di Scicli che era uscita indenne dal terremoto del 1500. Il sisma distrusse Noto, Modica e altri paesi della Contea, non scordiamolo. A Scicli nessun danno degno di rilievo! Insomma una sorta di rivalsa del patriarca contro il popolo sciclitano -immune dalle sventure del secolo e del territorio- mutando l'ordine ciclico delle tradizioni. Una trovata geniale, bisogna ammetterlo. Per farla breve, il Vescovo mischiò le date delle feste solenni e ne uscì fuori un casino che non vi dico.

I popolani alla notizia che il Gioia non sarebbe uscito la Domenica di Pasqua, confortati (si fa per dire!) dal nero presagio della signorina ascetica, insorsero contro la curia di Rosolini [la sede vescovile di Noto s'era dovuta accomodare in casa dei vicini per il terremoto del 1520 (da Cronache del Basso Impero – J. Petrolius – prima edizione)].

E così gli sciclitani attaccarono le Chiese, s'impadronirono dei campanili e suonarono per una settimana intera le campane della città a morto. In qualche modo occorreva manifestare il proprio disappunto. Ma il Vescovo da quell’orecchio pareva non sentirci. La bolla del patriarca di Noto parlava una lingua abbastanza chiara:  i festeggiamenti della Pasqua sciclitana nell’anno del Signore 1626 dovevano essere traslati di un mese rispetto al rito della Cavalcata del Santo Giuseppe che, per lo istesso anno, doveva celebrarsi nel giorno in cui i fedeli di tutto il mondo cristiano avrebbero pregato per la Resurrezione di Gesù”.  Che, tradotto in italiano corrente, vuole dire: La cavalcata di San Giuseppe viene festeggiata la Domenica di Pasqua, il Gioia un mese dopo!

A nulla valse issare sul campanile del Duomo di San Matteo una “pezza” scarlatta a mo’ di disgusto sbattuto dal vento. La stoffa -trovata da un pescatore donnalucatese sulla spiaggia di Micenci, tale “Ciccio u caliatu”- era maleodorante e sporca… forse una maglietta abbandonata da una nave “guastata” al largo delle coste sciclitane […]. L’indumento diventerà di lì a poco il simbolo delle rivendicazioni sociali di massa gridate dai proletari di Scicli e di tutto il mondo. Ma questa è un’altra storia.

Alla folle decisione del Vescovo di mutare gli eventi prendendo la Fortuna di Scicli alla sprovvista -ovvero cambiando l'ordine gregoriano delle tradizioni- gli sciclitani proprio non ci stavano. Il Vescovo non voleva dare punti stabili di riferimento al Destino che da sempre aveva avuto un occhio di riguardo per Scicli e gli sciclitani. Ogni consuetudine religiosa doveva essere festeggiata come Dio comandava. La Santa Pasqua nel giorno di Pasqua e la Cavalcata un mese prima. Punto e basta! Il popolo, a ragione,  temeva una ritorsione di tutti quei Santi che in giusto tempo e in opportuno luogo dovevano essere lodati e festeggiati dalla città. E la gente di Scicli, religiosissima e bizzoca, proprio non si sbagliava: i Santi al loro calendario rituale ci tenevano eccome! Così come esatte risultarono le meditazioni ascetiche della prefica del Duomo.

E così Scicli fu veramente distrutta dal male, dalla nera gramaglia, di cui parla il Carioti, e non solo. Arrivò dunque la peste e alla tragedia nera s'aggiunse la verde invasione delle cavallette che nel 1626 divorarono i raccolti producendo danni incalcolabili al territorio, all'economia e al popolo tutto. Poi arrivò l'alluvione che appianò le campagne e le case e poi ancora acqua dal cielo copiosissima che Dio te la manda! [...] E appunto il Signore e tutti i suoi Santi l'avevano mandata! ...

Scicli, Aprile 2009. Pasqua è già passata. Il Gioia è passato. Oggi sarà in scena per le strade del paese l'infioratissima Cavalcata di San Giuseppe che doveva essere festeggiata il 19 Marzo!

Trecentottantatrè anni dopo la storia si ripete... !?!

 

Socrathe

 

(1) la ‘ncravaccata


Un ringraziamento particolare va alla famiglia Petrolius, sciclitana,  per avermi dato l'opportunità di consultare il manoscritto del 1781 "Cronache dal Basso Impero" .

 

mercoledì, 08 aprile 2009

Leggere su ScicliNews gli elogi sperticati degli "amici" dei delinquenti fa male. Fa veramente male! È triste il convincimento che in città si stiano creando le premesse per una cosca emergente, vincente e spavalda, celebrata da uomini pavidi e deviati. Lascia perplessi la notizia che qualcuno vada a rubare le lampade che illuminano la notte del Duomo, di San Matteo. È inaccettabile la grave crisi di coscienza che tormenta e sgomenta la nostra identità di sciclitani prima e di siciliani poi. Un articolo di Un Uomo Libero, scritto con la consapevolezza di chi è rassegnato alla sconfitta, di chi è sicuro di un domani che non sarà migliore.

L'anestesia della coscienza

InfernoIl fenomeno ScicliNews ha messo in evidenza un disagio che forse non è solo tale. Un tarlo che rode giorno dopo giorno la fragile struttura di una società. La nostra. Una metastasi che s'impossessa di essa e, come un fungo ostinato, ne succhia la linfa vitale fino a ucciderla. Scicli è malata. Forse senza speranza. Per una condanna senza appello. E' malata la società civile; sono malati i giovani; è malata la comunità dei credenti; è malata la politica; la mentalità che governa le istituzioni, che le paralizza e non le lascia vivere.

Noi sciclitani abbiamo smarrito collettivamente il senso del peccato. Inteso non come maledizione biblica bensì come elaborazione di un sentimento di colpa. Perdita gratuita, pericolosa, immorale. Su questa non vogliamo interrogarci anzi evitiamo accuratamente di farlo.

In una confusione d'idee, di appartenenze, di discrediti morali, religiosi, etici, la città si lascia morire per un'eutanasia d'amore, alla ricerca di una pace disperata, di un'ultima apertura di credito che nessuna istituzione pubblica, religiosa, culturale ha intenzione di concederle più. Si può morire sprofondando nelle acque di una laguna o inabissandosi nella palude dell'indifferenza per una violenza che non trova diga, sotto un sole impietoso che acceca gli sguardi di chi dovrebbe tutelare e assicurare nei suoi luoghi lo svolgimento pacifico della vita.

La coscienza anestetizzata muta geneticamente gli individui. Li trasforma in mostri, in caricature dell'Uomo, quello vero, quello vivo, fatto di carne palpitante e non di legno di cipresso. Quest'Uomo non è più il simbolo ostentato da chi l'ha portato da sempre sulle sue spalle, dentro il cuore come geloso deposito della tradizione dei Padri. Tace rintanato nelle pieghe di una coscienza espropriata dal male; intimorito dalla violenza che lo vorrebbe soggiogato, vinto; sodomizzato da un falso mito del benessere che aggiunge a inganni Inganni, a deliri Deliri, a confusione Incertezze; a fumo Fumo.

Per una tragica apocalisse dei valori, il libero arbitrio diventa eroico coraggio, il senso del dovere si trasforma in zelo indiscreto o curiosità colpevole. Le latitanze della politica sono regolarmente accettate e registrate come prudenti e opportune assenze e il grido della Chiesa cavalca l'onda dell'ordinario senza per questo sfiorare l'irraggiungibile vetta della misericordia.

L'elogio del vizio ha soppiantato la pratica delle virtù e tutto va a rovescio come in un mondo impazzito.

Da questa nuova Gomorra non si può fare altro che fuggire. Prima che scenda dal cielo un fuoco giusto e purificatore a distruggerla. Prima che un dio adirato ne cancelli per sempre il peccato dalla memoria degli uomini.

Un Uomo Libero

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martedì, 10 marzo 2009

A Scicli si litiga con il commissario Sgarbi per il concorso "Lipparini, la nuova facciata". Intanto Vinicio porta in giro il "Gioia" di Santa Maria la Nova per le vie del Mondo, a spalla e senza concorso. L'amministrazione pensa ad altro, pensa alle facciate, al premio Scicli, e a Sgarbi.  Già, a Sgarbi. Il Professore mi pare come il buon Peppino Garibaldi che lottava per la -Borbonia libera  dai Borboni - dalle fresche stanze da letto di tutto il Sud , fresche di lino, di lavanda e di belle giovani. Per fare l'Italia, ci mancherebbe!  Alle piccole cose che fanno Scicli GRANDE nel Mondo la nostra Amministrazione non "ci pensa..." Basta guardare il video e rendersene conto. Centinaia di migliaia di persone che ballano a ritmo della gioia, sciclitana, da Piazza Busacca all' Arena della Real Maestranza. Aveva ragione il Moderatore di ScicliNews: “Vinicio Capossela, autore di testi e musiche che svariano da reminiscenze folkloriche ai topoi letterari e cinematografici, capace di affabulare con atmosfere circensi cariche di pervasiva religiosità laica, ingenuo narratore del Sacro, accennato più che svelato. Pasoliniano nello stupore e nella meraviglia dello spirito, condensata nella preghiera: “Ovunque proteggi”. Eretico, rebetico, religioso. Ha celebrato il Risorto di Scicli da umile portatore, sollevandolo con la voce prima ancora che con le braccia, facendo vivere a un pubblico internazionale la stessa entusiastica febbre di estasi e di delirio che, tra sacro e profano, anima la festa del popolo sciclitano, ricordando a questa gente il ruolo prezioso che incarna: custodire e tramandare antiche tradizioni ed eclettica cultura. Nella Gioia in Cristo Risorto". Non abbiamo dato il premio Scicli a Vinicio diamogli la cittadinanza onoraria, almeno.Grazie Vinicio, a nome di tutta Scicli.



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Socrathe e il Moderatore

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domenica, 23 marzo 2008
2-10-56-32-3190Noi, a Scicli, facciamo così

Buona Pasqua

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