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domenica, 24 maggio 2009

 

LA TARANTOLA

 

Guardavo dal Pata-Pata la spiaggia gremita di ragazzi. Tanti dialetti, tante facce non proprio isolane. Il mio bicchiere gelato di birra lasciava scorrere perle di sudore sul tavolo di legno. Il golfo di Sampieri, di un azzurro sfumato, pastello, riempiva il mio orizzonte. La vecchia fornace lontana chiudeva idealmente una baia che non sembrava lasciarsi intaccare dal tempo ma viveva di un'eternità convenzionale, scontata. Tamburellavo nervosamente con le nocche delle dita sulla superficie del tavolino per accompagnare una musica fatta essenzialmente di rumori, di parole gridate, di un inglese made in Italy necessariamente maccheronico e storpiato.

Quanto tempo era passato dalle mie ultime estati giovanili! Ricordo che non c'era nulla di tutto quello. Un vecchio chalet rimontato sempre alla stessa maniera, un jukebox che dispensava le trasgressive canzoni di Mina, le storie raccontate da un Celentano sempre più elettrico ed eccentrico. Gli ultimi urli di Sanremo coperti e offuscati dall'insuperabile melodia dei Beatles e poi dalle canzoni degli altri complessi e complessini che fecero della mia epoca una nuova stagione della musica. Su tutte primeggiavano, attraversate da un'inquietante vena di malinconia, le tormentate canzoni di Battisti. E soprattutto non c'era più lei. Il volto dell'amore eterno e disperato che aveva sconvolto la mia vita serena e tranquilla di ragazzo tutto casa e chiesa come un tornado, come un vento d'uragano. Veniva per l'estate da Catania, dove il papà lavorava come direttore presso un importante istituto di credito. Sofisticata, bella, il corpo perfetto inutilmente coperto da un bikini mozzafiato. Un autentico azzardo per quei tempi. Attorniata sempre da ragazzi e ragazzi che le facevano il filo. Perché mi scelse? Ero impacciato, timido, non bello.

..tu non sai cosa ho fatto quel giorno quando io la incontrai, in spiaggia ho fatto il pagliaccio per mettermi in mostra agli occhi di lei, che scherzava con tutti i ragazzi all'infuori di me, perche', perche', perche', perche' io le piacevo..

Prima di allora non avevo avuto con le donne nessuna esperienza da raccontare come invece gli altri miei coetanei. Stavo sotto un ombrellone giornate intere a leggere romanzi e, chiacchierando, sicuramente dovevo essere noioso. La vidi una mattina piantare il suo ombrellone vicinissimo al mio. Il suo sguardo insistente mi copriva di vergogna e d'impaccio. Ruppe il silenzio senza che lo sperassi.

-Sei di Modica?- Chiese.

-Perché dovrei essere di Modica?- Risposi risentito, quasi irritato.

-Sampieri è una spiaggia frequentata più da modicani che da gente di Scicli. Gli sciclitani si possono contare sulle punte delle dita. Sei di Scicli, allora?-

-Si. -Confermai seccamente.

-Maria Adele, mi chiamo Maria Adele e tu?-

Esitai guardandola a lungo negli occhi splendidi.

-Giuseppe.-

-Che cosa leggi?- Ritornò alla carica con più sicurezza nella voce.

-Oh, nulla! -Minimizzai io. - Un romanzetto. L'ultimo di Lalla Romano.

-Non la conosco. Non conosco quella scrittrice.- Aggiunse.

Le mostrai la copertina.

-La penombra che abbiamo attraversato? Che titolo originale e romantico! -Esclamò dopo aver letto il titolo ad alta voce.

Maria Adele diventò un'ospite fissa del mio ombrellone. I giovani leoni ruggenti, infaticabili giocatori di tamburelli, spiavano le nostre mosse e sospiravano con più di un pizzico d'invidia. Sentivo soprattutto i loro occhi puntati su di me quando io e lei, insieme, andavamo allo chalet per bere un'aranciata o solo per ascoltare una delle sue canzoni preferite. A casa le battute non mancavano. A pranzo, durante le visite degli amici dei miei, tutti volevano benedire un amore che non presentava nessun ostacolo, che navigava sicuro verso mete felici. Mi restavano solo pochissimi esami per laurearmi in matematica all'università di Catania. Lei faceva Economia e Commercio sempre a Catania. Stesso Palazzo delle Scienze anche se le facoltà erano ospitate in piani differenti. Passò l'estate e continuammo a vederci a Catania. Le famiglie erano entusiaste del nostro rapporto. Noi, innamoratissimi come nessuno. Preparai la tesi in un fiat. Il professore, mio relatore, si meravigliò non poco della rapidità con cui la scrissi ed anche della profondità del contenuto. Le comunicai con infinita gioia il giorno della laurea.

-Ci sarò. - Mi assicurò baciandomi castamente sulla fronte.

Volevo invitare anche i suoi ma lei me lo sconsigliò. Scegliemmo insieme un ristorantino ad Acitrezza per festeggiare l'evento insieme a tutti gli amici e ai miei genitori. Il giorno fatidico ero nervosissimo. Lei, seduta in uno dei posti più alti dell'aula, mi rassicurava a piccoli gesti. Discussi la tesi in una maniera veramente brillante. Caddi nelle sue braccia per un abbassamento repentino di adrenalina. Lei mi consolava come avrebbe fatto una madre con il suo bambino. Rientrò la commissione per annunciare il voto. Io mi presentai. Centodieci e la lode, con pubblicazione. Esplosi di gioia, sommerso dagli abbracci e dagli applausi di tutti gli amici e della famiglia in festa. La cercai disperatamente con gli occhi per condividere con lei uno dei momenti più importanti della mia vita. Lei non era al suo posto. Chiesi a tutti se l'avessero vista uscire. Nessuno si era accorto della sua assenza. La cercai in tutti i bagni, pensai a un malore o a una comunicazione improvvisa. Mi attaccai a un telefono a gettoni e chiamai casa sua. Non era ancora rincasata. La mia gioia si colorò di tristezza. Invano i miei minimizzavano l'accaduto. Alfio, il comunistaNon potevo essere felice senza di lei. I giorni che seguirono furono tremendi. Dopo qualche settimana seppi che, da un pezzo, aveva conosciuto Alfio, un altro ragazzo e, a mia insaputa, aveva cominciato a uscire con lui.

Con Alfio non avevo niente in comune. Forse solo gli anni. Era uno dei leader del movimento studentesco, imbevuto di rabbia sindacale e di teoria marxista. Portava una barba lunga, incolta. Fumava droghe leggere. Per liberarsi dalla società borghese. Disprezzava la ricchezza dei ricchi ma aveva comprato a rate una moto da competizione con la quale sfrecciava per le strade di Catania a velocità pazzesche. Di estrazione proletaria, il padre, un brigadiere dei carabinieri in congedo, arrotondava la misera pensione facendo l'informatore degli istituti di credito, scovando i veri domicili dei morosi o accertandone le presunte generalità. Una città strana Catania. Piena di truffatori e di ladri, di loschi capitani d'industria e di evasori incalliti e spregiudicati. Scappai a Scicli. Per non incontrarla con la sua nuova fiamma. Per risparmiarle la penosa mortificazione del mio amore. Ero come sbandato. Non sapevo capire il mondo e le persone. Ci volle del tempo, molto tempo prima che ritornassi a una vita normale. Quest'epilogo inatteso e triste mi lasciò svogliato, pigro, privo di qualsiasi ambizione. Rifiutai tante offerte di lavoro anche all'interno dell'università. Odiavo Catania. Cominciai a fare domande per supplenze. Preparavo l'esame di ruolo nel frattempo. Ritornò l'estate e con l'estate anche Maria Adele. Sempre più bella, sempre più cercata. Di Alfio neppure l'ombra. Mi sbirciò al mio solito posto in spiaggia e ritornò a piazzare l'ombrellone molto vicino al mio. La ignorai ma tremavo. Non era rabbia, era l'antico desiderio che ritornava come una febbre a possedermi. Ora più che mai. Una tentazione sublime di riprendermi una rivincita con una donna abituata a tenere il mondo ai suoi piedi. Era la scusa con cui m'ingannavo.

-Sai, -ruppe un giorno lei stessa il ghiaccio. - il mio rapporto con Alfio era solo di stretta collaborazione politica. Non volevo che tu t'ingelosissi. Per questo mi sono allontanata, per non farti del male. -

Mentiva. Con l'abilità di sempre e la spregiudicatezza della sua malizia. Non risposi una parola. Mi accarezzò i capelli con la sua mano calda.

-Io non saprei vivere senza di te. - Aggiunse.

..lei mi amava, mi odiava, mi amava, mi odiava, era contro di me… io non ero ancora il suo ragazzo e gia' soffriva per me, e per farmi ingelosire quella notte lungo il mare e' venuta con te..

Mi usava come il bambolotto che le avevano regalato i genitori quand'era piccola. Era abituata a giocare con la vita degli altri. Degli uomini. Alla fine del mese comparve in spiaggia Alfio. Minaccioso, geloso, le fece una scenata alla quale lei rispose con un leggero sorriso. Ritornò ancora più furioso a Catania. Per parte mia ci guadagnai un insulto e una sfida a botte che non raccolsi.

-Non m'interessa Alfio. Ti sei reso finalmente conto?- Mi domandò. - La mia vita è con te. -

Ritornammo insieme. Per come si poteva ritornare insieme a quei tempi. Abbracci al chiaro di luna, baci, parecchi, ma nient'altro di più. La castità era la sua bandiera. Mi convinsi anch'io che il suo rapporto con Alfio si fosse fermato solo a pochi e innocenti preliminari. L'estate fu lunga e particolarmente felice. Lei si sarebbe laureata a ottobre. E così fu. Con il pretesto dell'emozione non volle amici e parenti alla discussione della sua tesi. A novembre mi comunicò di aver trovato un ottimo studio di commercialista presso il quale iniziare a fare praticantato. Un cliente del padre. La persi di vista. La cercai disperatamente. Si negava al telefono. Presi una seconda cotta e giurai in cuor mio di sposare una donna totalmente diversa da lei. L'occasione non si fece aspettare. Avevo conosciuto una collega carina, non bella. Di estrazione borghese. Ci fidanzammo prima che arrivasse di nuovo l'estate e, con l'estate, lei. Alla fine di quell'agosto, io e la mia fidanzata, fissammo il giorno delle nozze. Volevo darle implicitamente una risposta. Una festa molto sotto tono fu il mio matrimonio per me. Quell'estate, però, lei non ritornò a Sampieri. Mi ritrovai con una donna nel letto e, dopo qualche anno, anche due meravigliosi bambini. Non seppi più nulla di lei. A quanto pare dimenticò Sampieri. Mi avviai verso il lungomare senza aspettare di vuotare il bicchiere con la birra.

"Perché questo improvviso e malinconico ritorno al passato?" M'interrogai senza darmi risposte. Sulla piazzetta del lungomare una macchina con i finestrini aperti. La sua radio accesa a tutto volume trasmetteva una canzone del primo Celentano di cui lei andava veramente pazza. Una storia d'amore. Sembrava che tutto congiurasse contro il mio desiderio di dimenticare. Passai attraverso le bancarelle dei marocchini. Una di esse vendeva cappelli di paglia. Mi avvicinai come per comprarne uno. Lo indossai e mi guardai nello specchio. I capelli erano ormai quasi tutti bianchi e radi. Borse agli occhi. I baffi, anch'essi bianchi, tirati su una bocca appassita che già denunciava i suoi anni. Ebbi paura della mia decadenza fisica e lasciai con orrore il cappello e lo specchio. Quanti anni ormai erano passati? I figli grandi, all'università, il mio rapporto coniugale anonimo, routinario, ufficialmente appagante e felice. Camminavo a zonzo per il lungomare senza preoccuparmi della gente che mi sciamava intorno, depresso e confuso.

-Mi sbaglio o sei proprio Giuseppe?- Una voce di donna mi richiamò dal mio iperuranio.

Mi voltai istintivamente. Alle mie spalle una coppia di signori pendeva dalle mie labbra per una conferma che non sapevo dare.

Lui, una persona molto distinta ma anche molto avanti negli anni. Alto, elegante, portava un panama che gli conferiva un'aria decisamente coloniale. Lei, molto più giovane di lui, indossava un cappello di paglia elegantissimo. Abbronzatissima, dal trucco curato e per nulla dozzinale, si nascondeva dietro due enormi occhiali da sole. Le dita piene di preziosi anelli, una scollatura mozzafiato che non avrebbe curato sicuramente le ansie del povero marito. Dovetti balbettare qualcosa.

-Dai! Possibile che non mi riconosci più?-

Tolse gli occhiali da sole e finalmente ogni dubbio svanì. Era lei, Maria Adele che si manifestava una volta ancora nella mia vita come un ectoplasma. Mi prese un tremore alle gambe. Dovetti anche diventare rosso come un gambero. Il signore mi diede amabilmente la mano per salutarmi.

-Ma...- Feci io, in preda a un panico che non sapevo dissimulare.

-Lo so. -M'interruppe lei. -So a che cosa stai pensando. Tanto tempo è passato. E anche tanta vita. - Mi guardò con un interesse sfacciato. - Ti ritrovo cambiato. In meglio. Hai una pancetta adorabile e il grigio dei capelli ti dona. I baffi ti danno un'aria severa, da cattedratico. Insegni sempre matematica?-

-Si! - Farfugliai. E non osavo guardarla.

-Non vorremo stare tutta la sera fermi a fare radici...-Sbottò lei. Sottobraccio a suo marito, con l'altro braccio afferrò il mio e cominciammo ad andare.

-Finalmente ho conosciuto Giuseppe.- Esclamò con ammirazione il signore. - Sa. Maria Adele mi ha parlato spesso di lei, del vostro rapporto solare, della vostra fraterna amicizia. Cose rare oggi per i tempi in cui viviamo...-

Ero come paralizzato nella lingua, non sapevo se urlare o sorridere.

-Ti dirò, -lo interruppe lei - dopo che mi sono laureata, ti avevo accennato alla possibilità di fare un buon praticantato presso uno dei commercialisti più importanti di Catania...-

-Si. -Confermai. - Ricordo vagamente.-

-Maria Adele venne nel mio studio -continuò lui - e a poco a poco non solo lo rivoluzionò ma rivoluzionò anche la mia vita. Da scapolo impenitente, quando ormai neppure pensavo al matrimonio, dovetti arrendermi alla sua intelligenza e al suo fascino. Così finii per dire di sì a tutto. Quest'anno abbiamo comprato una delle villette del villaggio di punta Sampieri. Tutte le estati precedenti le abbiamo trascorse tra la nostra villa di Taormina e uno chalet, che ho voluto regalarle per il decimo anniversario del nostro matrimonio, a Cortina d'Ampezzo. Le confesso però che questa spiaggia e questo mare le sono mancati tanto in tutto questo tempo. Decisi allora di mettere radici anche qui. Non abbiamo avuto figli per una libera e reciproca scelta. Per essere perciò totalmente indipendenti e spostarci con facilità da un luogo all'altro senza dover dipendere da nessuno. I fine settimana li passiamo da molti anni a Roma, dove abbiamo avuto la fortuna di comprare un attico con vista su Piazza Navona. Un luogo magico e unico al mondo.-

..l'hai sposata sapendo che lei, sapendo che lei moriva per me, coi tuoi soldi hai comprato il suo corpo non certo il suo cuor..

-E tu? - Domandò lei dirottando su un altro fronte il filo del discorso. - Ho saputo che ti sei sposato e hai anche dei figli, raccontaci di te...-

-Oh! Come l'hai saputo?-

-I miei me ne hanno parlato. E poi non sai l'antico adagio? Fidanzati e dillo ai quattro venti, fatti monaco e non lo dire a nessuno.-

-Maria Adele, -si intromise il marito.- perché non inviti il tuo amico un pomeriggio a casa per un gelato o un tè? Avremo più tempo per parlare e raccontarci.-

-Sì. - Gli rispose con prontezza lei.- Mi hai bruciato sul tempo. Volevo proprio proporglielo.-

-Oh, grazie! - Mi schermii io. - Non è il caso di prendersi tanto disturbo...-

-Venga! Ci conto! - Insisté l'uomo. - Chissà quante cose avrete da dirvi e quante cose avrà da raccontarmi su di lei. -

Lo guardai con occhi malinconici. Lei inumidiva le labbra con la lingua. Ci salutammo. Li vidi allontanare. Non sapevo catalogare quell'apparizione. Era stata un incubo o un sogno? Guardavo il suo corpo sinuoso. Camminava con l'eleganza di un'indossatrice. Pensai a mia moglie senza un'ombra di trucco, grassa per avermi dato due figli, il petto floscio e cadente. A memoria mia mai le avevo visto le unghie dipinte. Maria Adele aveva trovato quello che io non avrei potuto mai darle. La tarantola aveva saputo tessere la sua ragnatela con abilità e malizia fino a quando aveva intrappolato la preda che cercava. Il vecchietto dalle piume d'oro con un pesante conto in banca. Da portare al guinzaglio come un cagnolino per vivere una vita disinvolta, tutta sopra le righe. Sentii che la mia mediocrità era da preferire alla vuotezza della loro vita. Taormina, Cortina, Roma ma alla fine che cosa sarebbe rimasto di tutto quel vissuto?

..A letto ritornai, piangendo la sognai sembrava un angelo mi stringeva sul suo corpo mi donava lala sua bocca mi diceva: "sono tua..." e nel sogno la baciai..

Estrassi il telefonino dal taschino e chiamai mia moglie.

-Preparati. - Le ordinai. -Sto arrivando. Stasera voglio portarti a Pozzallo per una pizza e un gelato.-

-Finalmente! - Esclamò lei. - Dopo tanti anni, per la prima volta, ti sei ricordato dell'anniversario del nostro matrimonio.-

Rimasi shockato. Chiusi il telefonino e piansi.

Un Uomo Libero

sabato, 02 maggio 2009
«Meditate gente. Non guardate troppi tg. Il mondo è fatto di piccole cose. Di amici, compagnie, amori, i vostri ritrovi, i vostri bar. Questo conta»

Da lupo del rock ad agnellino solidale. Il Console di Scicli ha chiuso ieri il concertone del Primo Maggio in Piazza San Giovanni a Roma vestendo i panni di chi una vita scomoda ce l'ha solo alle spalle. Nei suoi occhi brlilla  un tappeto di stelle: il ragazzo di strada non c'è più. La noia di "una vita da governato" cede il posto alla gioia di chi oggi ha un amico al Governo. Niente metafore; l'invito a votare Berlusconi è fin troppo esplicito: “Qui siamo tutti belli e buoni, noi votiamo Berlusconi” . Il riferimento al Presidente del Consiglio è  ancora nel testo di “T’immagini” : Qui c’è qualcuno che ci ha dato un mestiere e non voglio mica dire che sia il Cavaliere”.  Vasco non ama fare grandi discorsi in pubblico, lui si esprime con le canzoni. E lo fa veramente bene : I bambini dell'asilo stanno facendo casino,  Silvio,  ci vuole qualcosa per tenerli impegnati, ci vuole una squillo, ci vuole un dolcino. "Asilo Republic", riscritta nel 2008 insieme al paroliere del Clan di Arcore, Don  Bondi, per festeggiare il ritorno del  Presidente sul banchetto più alto di Montecitorio, è il tormentone della nuova vita del  Blasco, grembiulizzata, in Porsche e da 9 in condotta. Sul maxi schermo scorrono le immagini del popolo di San Giovanni, stanco, tradito: la festa è finita! Sui volti dei giovani che l'hanno da sempre amato c'è solo tristezza; Il Signor Rossi fugge dal palco sulle note di Un Senso, l'amarezza dell'addio, un messaggio in codice per il suo Presidentissimo amico: Voler trovare un senso a questa situazione a tutti i costi, anche se questa situazione un senso non ce l’ha. Vasco ringrazia Silvio per il Piano Casa. Finalmente il cortile della sua VILLA di Sampieri avrà nuovi volumi. Domani un altro baglio  arriverà...



Socrathe

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mercoledì, 08 aprile 2009

Leggere su ScicliNews gli elogi sperticati degli "amici" dei delinquenti fa male. Fa veramente male! È triste il convincimento che in città si stiano creando le premesse per una cosca emergente, vincente e spavalda, celebrata da uomini pavidi e deviati. Lascia perplessi la notizia che qualcuno vada a rubare le lampade che illuminano la notte del Duomo, di San Matteo. È inaccettabile la grave crisi di coscienza che tormenta e sgomenta la nostra identità di sciclitani prima e di siciliani poi. Un articolo di Un Uomo Libero, scritto con la consapevolezza di chi è rassegnato alla sconfitta, di chi è sicuro di un domani che non sarà migliore.

L'anestesia della coscienza

InfernoIl fenomeno ScicliNews ha messo in evidenza un disagio che forse non è solo tale. Un tarlo che rode giorno dopo giorno la fragile struttura di una società. La nostra. Una metastasi che s'impossessa di essa e, come un fungo ostinato, ne succhia la linfa vitale fino a ucciderla. Scicli è malata. Forse senza speranza. Per una condanna senza appello. E' malata la società civile; sono malati i giovani; è malata la comunità dei credenti; è malata la politica; la mentalità che governa le istituzioni, che le paralizza e non le lascia vivere.

Noi sciclitani abbiamo smarrito collettivamente il senso del peccato. Inteso non come maledizione biblica bensì come elaborazione di un sentimento di colpa. Perdita gratuita, pericolosa, immorale. Su questa non vogliamo interrogarci anzi evitiamo accuratamente di farlo.

In una confusione d'idee, di appartenenze, di discrediti morali, religiosi, etici, la città si lascia morire per un'eutanasia d'amore, alla ricerca di una pace disperata, di un'ultima apertura di credito che nessuna istituzione pubblica, religiosa, culturale ha intenzione di concederle più. Si può morire sprofondando nelle acque di una laguna o inabissandosi nella palude dell'indifferenza per una violenza che non trova diga, sotto un sole impietoso che acceca gli sguardi di chi dovrebbe tutelare e assicurare nei suoi luoghi lo svolgimento pacifico della vita.

La coscienza anestetizzata muta geneticamente gli individui. Li trasforma in mostri, in caricature dell'Uomo, quello vero, quello vivo, fatto di carne palpitante e non di legno di cipresso. Quest'Uomo non è più il simbolo ostentato da chi l'ha portato da sempre sulle sue spalle, dentro il cuore come geloso deposito della tradizione dei Padri. Tace rintanato nelle pieghe di una coscienza espropriata dal male; intimorito dalla violenza che lo vorrebbe soggiogato, vinto; sodomizzato da un falso mito del benessere che aggiunge a inganni Inganni, a deliri Deliri, a confusione Incertezze; a fumo Fumo.

Per una tragica apocalisse dei valori, il libero arbitrio diventa eroico coraggio, il senso del dovere si trasforma in zelo indiscreto o curiosità colpevole. Le latitanze della politica sono regolarmente accettate e registrate come prudenti e opportune assenze e il grido della Chiesa cavalca l'onda dell'ordinario senza per questo sfiorare l'irraggiungibile vetta della misericordia.

L'elogio del vizio ha soppiantato la pratica delle virtù e tutto va a rovescio come in un mondo impazzito.

Da questa nuova Gomorra non si può fare altro che fuggire. Prima che scenda dal cielo un fuoco giusto e purificatore a distruggerla. Prima che un dio adirato ne cancelli per sempre il peccato dalla memoria degli uomini.

Un Uomo Libero

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mercoledì, 25 marzo 2009

 

comunioneLa Chiesa che "pontifica" indica oggi l'Uomo come l'unico "responsabile" del suo destino. Per carità anche il pensiero umanistico lo voleva "artefice" del suo futuro! Era ben altra intuizione. E lo fa con il gesto sprezzante e lontano di chi si sente giudice supremo, irraggiungibile dispensatore di verità. Non così il Cristo. Si muoveva tra gli umili. Condivideva il dolore, i disagi, la miseria insita nella natura debole. Si commuoveva per un nulla, agiva con la misericordia del Padre. A chi gli chiedeva parole di condanna, rispondeva con domande che interrogavano profondamente la coscienza. Nessuna responsabilità ipotizzò mai, ma amore predicava a chi non sapeva riconoscere nell'Altro la propria stessa carne. Non accusò la società di cui fece parte. Anzi! Rimetteva alla volontà celeste lo stesso intimo strazio. Abbiamo smarrito il senso dell'amore.

Questa è la verità. Le uniche verità che riusciamo ad affermare in questi tempi bui di grande alienazione dello spirito sono il disinteresse, la noia, il proprio egoistico tornaconto personale. E non serve una confessione pubblica di autoaccusa se la nostra vita continua a scorrere sui falsi binari del perbenismo, dell'apparenza, dell'astuzia arrogante con la quale usiamo condire il quotidiano vivere. Approfittiamo di una tragedia esistenziale per scagliare parole come pietre che non aiutano a risolvere i problemi gravissimi che in questo momento ci attanagliano. Parole che non danno conforto a chi soffre; che non seminano speranza fra quanti si sforzano di guardare al giorno dopo come a un momento nel quale ricominciare sia ancora possibile. Non vogliamo tacere la nostra rabbia? Bene. D'accordo! Ma perché gridarla strumentalizzandola con frasi dette a effetto, con iniziative plateali, con pretestuose precettazioni inutili? Ricondurre sempre sotto un profilo etico religioso ciò che è solo abuso, negligenza, senso smarrito del dovere? Senza avere una proposta concreta, senza agire con sapienza evangelica, la Chiesa alza la voce per far capire che c'è. Solo dopo che le tragedie accadono, però. Solo dopo che si consuma il danno. Prima, dov'era? Non certo tra la gente. Perché denunciare a posteriori sempre e comunque il problema, se si conosce, e non risolverlo a priori? Troppo distratta  per condividere quello stesso disagio che stigmatizza. Troppo impegnata nel definire bizantinismi, nell'intessere alleanze, nell'elaborare per gli altri complicati codici di comportamenti sociali e di regole. Troppo lontana dal mare in tempesta che agita e oggettiva le coscienze dei singoli mentre dovrebbe governare la barca di Pietro tra i flutti come nocchiero esperto e prudente. Alla fine eccola ad additare la colpevolezza di tutti, invece di vestire il sacco della penitenza e cospargere il proprio capo di cenere. Non sa o non vuole credere che la latitanza uccide la fede.

 

Un Uomo Libero

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domenica, 15 marzo 2009

L’uso corrotto della Libertà

L'Italia di oggi è una Repubblica fondata sulla tolleranza. L'esecrabile o il ripugnante passa dalle maglie larghe del " si deve, si può; qui ogni cosa è permessa". Tutto ciò è estremamente preoccupante. La corda è ormai tesa fino al limite e minaccia di rompersi. Oggi un bambino di dieci anni, a Sampieri, viene sbranato da un branco di cani custoditi alla meglio da un anziano del luogo. Sbranato presumibilmente dallo stesso branco di cani già segnalato agli organi di polizia, appena nove mesi fa, da alcuni turisti aggrediti e minacciati dalla loro rabbia e aggressività.

Quello accaduto a Sampieri non è un caso limite: “nel beneventano un bambino di 9 anni viene sbranato probabilmente da cani randagi e trovato morto in una pozza di sangue vicino casa nella contrada Campanaro del comune di Circello. A causare la morte del bimbo, come accertato dal medico legale, un morso al collo che ha reciso la giugulare”.

E poi:

 - 10 SETTEMBRE 2008: Una bambina di 12 anni di Rubiera, comune in provincia di Reggio Emilia, viene aggredita e morsa da due doberman. Soccorsa dal personale del 118 l'adolescente viene trasportata in ospedale da dove viene dimessa con una prognosi di otto giorni per ferite profonde al collo e alla gamba sinistra.

 - 31 LUGLIO 2008: Un bimbo di 9 anni viene aggredito da un pitbull a Guidonia, in provincia di Roma, mentre si trova a casa di alcuni amici. - 6 MAGGIO 2008: Paola Palmieri, 61 anni, muore sbranata in casa dal suo cane, un pitbull a Pontecagnano (Salerno)

 - 3 MAGGIO 2008: A Bari un uomo viene ferito mentre tenta di difendere il suo cane (un chow chow), tenuto regolarmente al guinzaglio, dall'aggressione di un grosso pitbull. Il malcapitato, trasportato al pronto soccorso dell'Ospedale 'Di Venerè, viene giudicato guaribile in 7 giorni.

 - 5 APRILE 2008: A Palermo un bambino di 11 anni viene aggredito in casa dal pitbull di proprietà del padre e resta ferito al braccio e al pube... ” [Ansa].

Una vera e propria strage d’innocenti, che poteva essere evitata, oggi a Sampieri, ieri altrove. Occorrono delle regole per evitare simili tragedie. La “black list”, un provvedimento in DL dei signori parlamentari Turco-Sirchia non ha inciso minimamente sui numeri sempre alti delle aggressioni dei cani ai danni dell’uomo. Le nere pagine di cronaca appena citate parlano una lingua abbastanza chiara: troppe morti per aggressioni di cani in ambiente pubblico e privato.

Il Governo ha emesso in questi giorni un’Ordinanza contingibile ed urgente concernente la tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione dei cani che annulla la tiepida e mite black list del DL di Livia Turco e prevede che il proprietario o chi ha in affidamento o chi custodisce il cane sia responsabile civilmente e penalmente di danni o lesioni che l'animale può arrecare. La vera novità è questa, sancita da due sentenze della Corte di Cassazione recentissime. Viene anche introdotto l'obbligo di guinzaglio – lunghezza max consentita un metro e mezzo - per tutti i cani, dai minuscoli e “innocui” Chiwawa ai minacciosi e pericolosi Rotweiler, se ci si trova in un luogo pubblico e "la museruola, rigida o morbida che dovrà essere sempre portata con sè dai proprietari dei cani e applicata in caso di potenziale rischio”.

Intanto per le strade vediamo sempre e spesso esemplari canini da 40 chili senza museruola e tenuti al guinzaglio da giovani invertebrati, e dobbiamo pure accogliere nel paniere della nostra benevolenza i “non abbia paura è innocuo, è uno zucchero, non farebbe male a una mosca!”. Mancano i controlli delle forze dell’ordine nei confronti dei custodi e dei padroni dei cani che non rispettano le norme di comportamento. Così come sono ancora poche le multe per scarsa attenzione dei padroni alla pulizia delle deiezioni delle proprie bestie da passeggio. Questa non è tolleranza, è non rispetto delle regole.

Intanto a Sampieri muore un bambino sbranato da un branco di cani mal custoditi e pieni di consapevole rabbia. Tenere in giro 24 cani idrofobi e aggressivi, senza alcuna attenzione e controllo, non è vivere il rapporto uomo-animale in soluzione di pura Libertà: è licenza di uccidere. È nell’uso corrotto della Libertà che soffre impazientemente qualsiasi regola che noi diventiamo inferiori a noi stessi, diveniamo animali. Tale, e non altra, è la nostra condizione attuale: oggi a Sampieri è morto un bambino sbranato da un branco di cani, in Libertà.

 

Socrathe,15 marzo 2009

 Un Bambino muore sbranato da un branco di cani

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lunedì, 29 settembre 2008
SausizzaLui non l'aveva mai vista così..
A casa della signora Concetta, quasi sperduti tra le mistiche e buie ombre dei carrubi delle campagne di Scicli, prima di partire per il doppio appuntamento dell'Arena  della Vittoria di Bari,  Vasco, la sua alba chiara non l'aveva mai vista così.  E non aveva mai visto così le "scacce" e manco il "pane cunzato" con olio dop messo a disposizione da una nota azienda di Chiaramonte. E poi, pomodorini ripieni, i "sbiezzi arrustuti" a "mulinciana 'ncaciata", i "sarduzzi". Uff.. e quant'altro ancora. Una serata che i fortunatissimi presenti non scorderanno mai più. Il Moderatore di Sciclinews, che "arrosteva sausizza e frischetta 'ndo cufuni", dignitosamente ricavato da mezzo fusto -che fu per olio da trazione- in lamierino, la signora Concetta che cantava "c'è la luna a mienz' o' mare, mamma mia m'ha maritari, figghia mia a cui t'ha 'ddari, - e tutti insieme in coro- m a m m a   m i a   p e n s a c i   t u...", Vasco che ballava la tarantella con una bellissima giornalista di casa nostra,  in sospensione d'equilibrio, tra un "caddozzo di sausizza" e un bicchiere di vino, nero come l'inchiostro. Tamburi, tamburelli,  fischietti e fisarmonica per una pizzica tutta sciclitana con il Signore del Rock italiano, «'ndo bagghiu ra signura Cuncittina». E poi l'alba, la nostra alba, la baia, la nostra baia, quella dei sogni e dei ricordi, l'arrivederci. Ventiquattro Settembre Duemilaeotto: un Mercoledì che entrerà nella storia..


Oh Muse sicule,
alziamo un poco il tono del canto:

non a tutti piacciono gli arbusti
e le umili tamerici;

se cantiamo le selve,

le selve siano degne di un console.

 

Leggi anche:

Il console è arrivato..


Il Volume di Vasco

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martedì, 23 settembre 2008

Tutt'altro che una vita spericolata.

 

Oh Muse sicule,
alziamo un poco il tono del canto:

non a tutti piacciono gli arbusti
e le umili tamerici;

se cantiamo le selve,

le selve siano degne di un console.

 

E il console è arrivato. In magliettina rossa, jeans Cavalli, infradito, l'aria di chi ha vissuto lo stupido Hotel della propria vita immerso in una selva di bollicine, al massimo. Nella campagna  tra Scicli e Sampieri, Vasco Rossi cerca pace e serenità. Dove? In una vecchia masseria, da ristrutturare. L'atto di acquisto è stato perfezionato per persona da nominare tra l'ignaro venditore, e un veneto, una persona di fiducia del Blasco nazionale nei giorni scorsi davanti a un conosciuto Notaio di Scicli.

Il Signor Rossi -così si è presentato al pubblico ufficiale al momento della stipula dell'atto di compravendita- ha incaricato un famoso architetto giapponese, Yamashita, che avrà il conforto tecnico e logistico in un noto studio d'ingegneria modicano, di ridisegnare gli spazi e creare un ambiente d'interno carico di energia secondo il principo del Feng Shui, antica arte geomantica taoista della Cina, ausiliaria dell'architettura, affine alla geomanzia occidentale. Feng shui significa letteralmente vento e acqua, in onore ai due elementi che plasmano la terra e che col loro scorrere determinano le caratteristiche più o meno salubri di un particolare luogo. “Il Mondo che vorrei”, ultimo capolavoro del rocker di Modena, prende musica e casa a Scicli.

I lavori di ristrutturazione della masseria, che è in verità una residenza estiva di un'antica famiglia nobiliare sciclitana, inizieranno verso la fine dell'autunno. Dopo aver rivelato l'acquirente dell'abitazione, grande la meraviglia e l'entusiamo del venditore e del notaio sciclitano, che hanno fatto trapelare, seppur a denti stretti, la notizia. Qualche giorno fa il nostro amato Moderatore di ScicliNews, Peppe Savà, sampierese doc, ha intervistato Vasco, in una lunga e umida passeggiata mattutina nella spiaggia di Sampieri.

L'intervista è stata interamente filmata (alle sette del mattino, giacca Slam blu da barca per il nostro Vasco e Ray Ban – modello goccia, americani originali, anno 1972, un omaggio prezioso e tutto sciclitano per il nostro Signor Rossi- Persol tartarugati, maglietta Siculamente e shorts mare, per il moderatore) da Uccio Pazienza e sarà pubblicata su Sciclinews tra qualche giorno, dopo che lo stesso Signor Rossi avrà lasciato Scicli alla volta di Milano.

ll moderatore accompagnerà tra domani e dopodomani Vasco al Municipio, dove il genio del rock alla bolognese incontrerà il sindaco di Scicli, Giovanni Venticinque.

 

siamo solo noi

quelli che non hanno più rispetto per niente

neanche per la gente

siamo solo noi

quelli che ormai non credono più a niente

siamo solo noi..

Socrathe

 

L’incipit: Virgilio, Bucoliche.

 

Leggi anche:

Il Baglio di Vasco, l'alba e la pizzica

Il volume di Vasco



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