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Sì, una medaglia alla memoria...non in senso di eliminazione fisica, ovviamente, ma dopo aver abbandonato con vergogna quel posto di ministra che occupa immeritatamente, e non si è capito in base a quali requisiti (certamente non estetici o non per..come dire...disponibilità, come nel caso della mia compaesana Carfagna). Magari gli esaminatori di Reggio Calabria avranno avuto modo di verificare quanto questa aspirante procuratrice legale bresciana fosse brava nella giurisprudenza, ma è un fatto conclamato che di scuola non capisce un beato...nulla. E poi sappiamo bene che, in qualità di pupazza decerebrata del ventriloquo Tremonti, ripete a pappagallo, da brava scolaretta, la paginetta faticosamente imparata a memoria, spesso e volentieri infarcendola di terribili orrori linguistici. E noi dobbiamo sorbirci i diktat di questo inqualificabile governo, che non altro scopo ha se non quello di far affondare la scuola pubblica, come il Titanic ad opera dell'iceberg-Gelmini, a tutto vantaggio delle costose - e sovvenzionate dallo Stato- scuole private.
In un mondo che progredisce alla velocità della luce c'è poi ancora qualcuno che loda il maestro unico, imposto - si sa - per nessun altro motivo se non per risparmiare e tagliare risorse alla scuola.
Con un salto all'indietro nel tempo che ci riporta a una scuola da libro 'Cuore' (libro ipocrita e manicheo quant'altri mai, che peraltro io ho sempre ferocemente odiato) si ripristina il maestro unico, che dovrebbe essere una specie di genio tuttologo, capace di avviare il bambino alla conoscenza di base di tutte le materie che saranno in seguito studiate.
La mia esperienza? Io sono oggi una emerita schiappa in matematica perchè la mia maestra unica più in là delle tabelline non andava. Nello stesso tempo la ringrazio perchè mi ha inculcato quell'amore per i libri che sono ancora oggi il mio pane quotidiano.
E le lingue? Insegnare a un infante i primi rudimenti di una o più lingue è secondo me un'opera meritevole oltre che indispensabile, in quanto nessuno puo' negare che tutto quello che si apprende a quell'età, con una mente che viene plasmata come cera vergine, non verrà mai più dimenticato nella vita.
Non sono una precaria, ma, da qualche annetto, una insegnante di ruolo a tempo indeterminato , grazie ad una fortunata congiunzione astrale che mi ha consentito di vincere un concorso bandito subito dopo la mia laurea.
Tuttavia mi sento vicina a questi precari disperati che si ritrovano a spasso dopo un lavoro saltuario, a volte anche ventennale.
Senza alcuna colpa i poverini si ritrovano oggi senza un lavoro e senza la possibilità di mantenere la loro famiglia, dopo lo spietato colpo di mannaia della signorina Gelmini. E questo è solo l'inizio...vedrete nei prossimi due anni quante decine di migliaia di malcapitati finiranno ancora sotto la sua implacabile, feroce ghigliottina.
La scuola, e lo lasci dire a me che la vivo dall'interno, nonostante una politica miope e sbagliata, continua a sopravvivere e a mantenersi grazie al lavoro indefesso di docenti che, in massima parte, svolgono con passione questo lavoro mal retribuito e troppo spesso sottovalutato. Oggi, grazie alla lungimirante riforma scolastica, ci ritroviamo con classi-pollaio da 30 e più ragazzi, con in più alunni diversamente abili (per i quali erano prima previste classi con un massimo di 20 studenti), che l'insegnante è costretto a dover gestire, mentre fa lezione, con immaginabili difficoltà. Se qualcosa di fatiscente, di obsoleto, di 'sgarrupato' si vuole riscontrare nella scuola, questo è costituito semmai dagli istituti e dalle strutture scolastiche, al 90% , se non di più, del tutto inadatti a contenere una istituzione scolastica che possa a buon diritto considerarsi moderna.
Santhippe
Condivido poco o nulla dell'articolo di Santhippe; non la pensiamo allo stesso modo, è noto, ma è proprio nella differenza delle due intelligenze, che si contrastano, e sbuffano e si spazientiscono (da sempre!) che va colta l’identità vera della libertà di spirito e d’intelletto, che unisce e non separa; un errore, se così vogliamo chiamarlo -in realtà è opinione deviazionista e comune di questi tempi (e mi spiace leggere il dissenso dal labiale di un’addetto ai lavori [è femmina l'addetto Santhippe, e ci vuole l'apostrofo!] )- legare i problemi della scuola al tupé di Mariastella Gelmini. In Italia non c'è stato mai un governo, e dico mai, e ripeto mai, e lo sottolineo pure, il mai!, che ha destinato alla scuola almeno un decimo della finanza riservata all’industria, o meglio alla FIAT. Più automobili e meno intelligenze, da De Gasperi a Berlusconi, è sempre stato così. Il Governo della nostra amatissima Repubblica può anche non piacere, il Capo del Governo può essere anche poco desiderato dall’aristocrazia che pensa e, ahimè, non regna, ma per piacere non diciamo stronzate sul mal di classe e di lavagna della nostra SCUOLA: storico, mai curato!
Socrathe
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So bene che mi renderò ancora più insopportabile e odiosa agli occhi di chi già mi accusa di essere saccente peggio della maestrina della penna rossa, ma sento, irrefrenabile, la necessità di perorare appassionatamente la causa di un elemento grammaticale che in questi ultimi tempi se la passa molto male.
Chiunque ami la purezza della nostra lingua non può non notare, con grande rammarico o addirittura con sofferenza, che il congiuntivo, uno dei quattro modi finiti della declinazione del verbo, non gode ottima salute anzi, per dirla tutta, è a un passo dall'esalare l'ultimo respiro.
Personalmente, quando sento frasi del tipo "nonostante vado" o "benchè sento...", anche in luoghi e in circostanze in cui ci si aspetterebbe un uso più curato del lessico, provo una stretta al cuore.
E' inutile far finta di niente, l'uso di sostituire il congiuntivo con il più rapido e sbrigativo indicativo sta prendendo sempre più piede.
Eppure questo modo verbale è presente da secoli nella nostra grammatica ed ha una sua funzione ben precisa. Vanificare questa funzione, utilizzando un modo verbale - l'indicativo - che mastichiamo meglio è, oltre che un errore, un travisamento del senso del pensiero. Il congiuntivo ha questo nome perchè la frase in cui è presente è sempre preceduta da un 'che', che lega, congiunge questa proposizione alla principale.
A cosa serve dunque il congiuntivo? Ad indicare non una certezza o una realtà - compito questo dell'indicativo - ma una possibilità, una eventualità, una probabilità.
Per fare qualche esempio, il congiuntivo dobbiamo usarlo quando esprimiamo un desiderio: "Desidero che voi tutti veniate a casa mia". Non è sicuro che verrete, quindi è un obbligo usare il congiuntivo. Oppure un augurio, una speranza: "Speriamo che vinca al superenalotto!" Magari fosse un evento vero, reale, certo! Nell'attesa che questo sogno si realizzi, serviamoci del congiuntivo.
Questo poi deve essere adoperato, anche in una proposizione principale, a sè stante quando indica una volontà, un ordine: "Ognuno si sieda al proprio posto" oppure "Venga pure il terremoto, non mi muoverò di qui!"
Anche il più sprovveduto degli utilizzatori della lingua italiana si renderà conto che in questi casi sostituire il nostro moribondo con l'indicativo stona terribilmente anche alle sue non raffinate orecchie!
Attenzione però a non usare a sproposito e soprattutto a non abusare del nostro agonizzante patrocinato!
Ad esempio in frasi come questa "Ho sognato che ero sull'orlo di un burrone", è necessario l'indicativo perchè, nonostante FOSSE un'attività onirica, nel sogno io rischiavo di cadere veramente!
Tanto altro ci sarebbe ancora da dire ma, per non tediarvi ulteriormente, termino la mia accorata arringa con un augurio : Muore* il congiuntivo, Viva* il congiuntivo!
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«La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l'amore ci rende felici, perchè viviamo per amare ed essere amati»permalink ::::: Grazie per i vostri commenti (popup) :::: commenti :::: categoria : amare, ex cathedra, genoma, santhippe, essere amati, trinità amore e felicitÃ
Il nostro doveroso omaggio va oggi alla Grecia, culla della civiltà occidentale. L'Ellade arcaica, in cui hanno visto la luce le arti, la letteratura, il teatro. E la filosofia. E proprio in questo paese, Eldorado della cultura, ha avuto origine questa branca fondamentale e imprescindibile nell'ambito della speculazione: la filosofia del Pernacchio. 'O pernàkios, argomento sotteso al pensiero dei più eccelsi philòsophoi, il cui cammino, attraverso deviazioni inevitabili nei vari paesi dell'Europa, traccia un fil rouge immaginario dalla sua fonte ellenica fino alla immortale Napoli.
Per gli Aristotelici il Pernacchio include il rapporto con gli altri. Ovvero, il Pernacchio è dialettica. Posso dedurre e indurre le cause che conducono al Pernacchio anche da solo, ma per esplicitare il contenuto del Pernacchio ho bisogno degli altri.
Platone sostiene che il Pernacchio è la causa finale, il motivo per cui avviene è il suo fine stesso; la causa finale di un Pernacchio è esternare l’idea del dissenso, dare forma alla critica esplicita; l’idea del Pernacchio è la causa finale del Pernacchio.
Epicuro distingue tra Pernacchio cinetico o in movimento, e Pernacchio catastematico o stabile. Ogni Pernacchio è di per sé un bene, ma non è detto che le sue conseguenze nel tempo siano vantaggiose per noi. Contrariamente ai cirenaici, che indicavano nel Pernacchio in movimento il piacere, ovvero, l'obiettivo da perseguire, Epicuro ripone il Fine nel Pernacchio statico o piacere catastematico. Solo nel Pernacchio catestamatico l’uomo risolve la completa soddisfazione del desiderio, che di per sè é piacere.
Per i dotti della semiotica il Pernacchio è quella cosa che, nella comunicazione, lascia il segno. Per Kant il Pernacchio é uscire dallo stato apparente di minorità intellettuale, divenire maggiorenni sul piano razionale e imparare a pensare con la propria testa. Kant definisce così il Pernacchio : l' uscita dell' uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso [ ... ] abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Il Pernacchio, dunque, riscatta l’uomo e la sua intelligenza. E nella sua Critica alla ragion pura egli dirà che il Pernacchio è l' unico mezzo a nostra disposizione per conoscere la realtà.
Con Hegel la fenomenologia del Pernacchio si sostanzia di una valenza idealistica: esso trova il suo fondamento nelle idee, nella mente dell'individuo. Hegel descrive il cammino che deve intraprendere il Pernacchio che, partendo dallo spirito, raggiunge la piena consapevolezza di sè e della realtà nella realizzazione fenomenica, nella sua esplicitazione: dal noumeno (l'idea) al fenomeno (la realtà). Tutto ciò avviene in tre fasi: la tesi, che afferma ciò che si conosce, l'antitesi, che mette in discussione ciò che si pensa di conoscere e infine l'apoteosi, l'esplosione della sintesi: il Pernacchio!
Ma il vero trionfo del Pernacchio avviene nel momento della filosofia positivistica, quando i pensatori, a partire da Comte, studiano scientificamente le sue potenzialità eudemonistiche.
Attraverso la legge deterministica applicata al Pernacchio si può creare una società felice. L'uomo, anche il più diseredato, l'appartenente all'infimo sottoproletariato urbano può, attraverso la causa- effetto del Pernacchio, conseguire la misura liberatoria della sua esistenza e la piena realizzazione di sè.
Per Marx il Pernacchio è epifenomeno dell’economia. Solo partendo dal Pernacchio è possibile spiegare il Capitale. Non è la coscienza di essere proletari che determina il Pernacchio, ma è il Pernacchio a determinare la coscienza del proletariato. Il Pernacchio serve a ricercare quelle condizioni necessarie che hanno reso inevitabile la condizione di servaggio (la causa) e che ne rendono non meno inevitabile il superamento (il fine). Il Pernacchio è la Sveglia dei popoli. Diventerà il motto del Partito Comunista, e sarà metabolizzato dalla Storia e dal pensiero dormiente di tutto il novecento fino al “Cominciamento” del filosofo dei nostri tempi, Massimo Cacciari, attuale Sindaco di Venezia; per Cacciari il Pernacchio non è solo il fine, la cosa ultima, ma è anche l’Inizio, ovvero, il Pernacchio è un continuum o, come dice Lui, “l’infinità” stessa della cosa nella sua inalienabile e intramontabile singolarità, in movimento”. Viene così confutata l’idea del Pernacchio statico d’Epicuro, riprendendo il paradigma cirenaico, o teoria del Pernacchio in movimento.
Per tutti, da Aristotele a Cacciari, il Pernacchio è liberazione, è anche Sveglia dei popoli, è soprattutto Libertà. Per Edoardo No! L’attore napoletano sintetizza 2.500 anni di pensiero filosofico complesso in un’unica e semplice enunciazione: il Pernacchio è una convenienza!
Il compito dell'artista, dell’uomo, consiste, in ogni caso speciale, nella pratica applicazione di questa legge d'intima, di assoluta, d'infrangibile convenienza, che è idea, fine, causa e piacere, Cosa Ultima, Inizio e Cominciamento, principio stabile e dinamico, soprattutto dialettica di libertà e di liberamento. Con metodo.
«Il Pernacchio deve essere di testa e di petto, ovvero deve fondere insieme cervello e passione, ragione e follia, vi posso anche dire, in tutta confidenza che il vero Pernacchio non esiste più, quello attuale, corrente si chiama pernacchia, è una cosa volgare, brutta, il Pernacchio classico è un’arte!
Edoardo: "Siamo.. tre o forse quattro a conoscerlo profondamente e praticarlo in tutta Napoli il che vuol dire in tutto il Mondo. Insomma il Pernacchio che dobbiamo fare a questo signore deve significare: “tu si a schifezza, ra schifezza, ra schifezza, ra schifezza e l’uommene! Mi spiego?”…»
Solo nel momento felice del Pernacchio ogni uomo è vero.
Santhippe-Socrathe
Da l’oro di Napoli, il Pernacchio, la convenienza, di Eduardo De Filippo
Note degli autori: «Uè, Luciano Decrescè, tu a chesto nun ce avive mica penzato!»
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Ci restano del passato pochi sogni autentici, solo quelli trascritti in fretta dal sognatore subito dopo il risveglio. (Margherita)
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