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Il Barboutos e il Resuscitatore
Dal Vangelo di Peppe secondo Drago 18,35-43.

Mentre si avvicinava a Ragusa, un barbone* era seduto a meditare lungo la strada. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli risposero: «Passa Peppe Drago il Resuscitatore!». Allora incominciò a gridare: «Peppe, figlio di Bettino, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: «Figlio di Bettino, fratello d’Orleans abbi pietà di me!». Peppe allora si fermò e ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò:
«Che vuoi che io faccia per te?».
Egli rispose:
«Peppe, mio Signore, fa' che io riabbia una poltrona, resuscitami da questa politica che mi vuole morto!»
E Drago gli disse:
«Tu sei Jovanni Bactaglia, il barboutos, il democraticus di sinistra extratemplare?»
- Sì, rispose il barboutos, sono proprio io! Nel tempio del sapere che onori con la tua Divina Presidenza ho avuto una visione e ho capito che i giorni del mio servizio a sinistra erano oramai conclusi. Donami la poltrona eterna, o mio Signore, non per indigentiae meae necessitatem, ma per abundantiam tuae beneficentiae... (a)
- Abbi di nuovo la poltrona! La tua fede ti ha salvato!
Subito il barbone iniziò a fare salti di gioia, cantò vittoria dopo anni di umilianti sconfitte e si scagliò contro chi l'aveva ridotto in quello stato, i suoi ex Compagni. Jovanni si guardò poi allo specchio, giurò di tagliarsi la barba da Imam con la falce sciita e comune(1) e di bruciare le bandiere rosse che aveva accumulato negli anni di poltronismo di stato. Buttò via l'unico martello che gli era rimasto in saccoccia e cominciò a seguire il Salvatore suo lodando prima il padre Bettinus e poi il figlio Oratius!
E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Peppe, il Drago, il resuscitatore di morti politici.
Note
* Barb-onous in aramaico antico è uomo dalla folta e brizzolata barba; in origine fu Barb-outos da Barb-outoi, stirpe di condottieri con elmo senza cimiero e con barb-ozza, ovvero una barbetta che copriva le guance e la "vozza"!, il mento, o meglio, il doppio mento,per chi non mastica l'aramaico!!
(1) Falce comune: più correttamente, Falce Comunista!
(a) L’Imam di sinistra e democratico aveva una bella dialettica, i cosi giusti!
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Si era ritenuto che l'uomo politico di centrosinistra e sciclitano fosse un diretto discendente di scimmie antropomorfe. Gli ultimi ritrovamenti di un fossile-suppellettile, però, hanno spostato la data della comparsa dei "politominidi sciclitani" a più di 20 milioni di anni fa: Ci si chiede allora: ma i politominidi sono scimmie o dinosauri? Tutti gli sviluppi della scienza moderna non ci hanno condotto ad alcun risultato.
L'autore di questo documentario ribalta molte delle affermazioni correnti su quella che è stata la genetica politica, la scienza del fare partito e la zoologia del fallimento elettorale. Che l'uomo politico di sinistra e sciclitano derivi dalla scimmia non è più una tesi proponibile. La teoria che le specie politiche siano fisse e che gli individui evolvano soltanto nell'ambito stesso della specie è improponibile. Le specie politiche derivano l'una dall'altra, anche “individui ormai non più interfecondi e ormai diversissimi hanno antenati comuni”. L’uomo politico sciclitano e di sinistra nasce dall’albero, dal legno, e le scimmie e i dinosauri appaiono rami di genetica collaterale piuttosto che diretti discendenti. La cantaranologia moderna afferma congetture che poi sembrano essere "teorie" o addirittura "verità " scientifiche. Il Documentario affronta l’involuzione genetica della sinistra strizzando un occhio a Darwin e l’altro al sorriso. “Quando una specie ha imboccato una strada non può più uscirne", afferma l’autore, quindi né la scimmia del partito Democratico né l'uomosauro della Sinistra Democratica extraparlamentare hanno mai potuto svicolare da quelli che erano all’origine:
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Gli intenti con cui ci si deve avvicinare all'opera letteraria devono necessariamente essere diversi. O ci si sofferma sui contenuti nuovi e gli altissimi messaggi che essa vuole arrecarci, oppure si considera l'espressione reale o astratta che essa vuole proiettare nel tempo.
Il De Sanctis chiamava "forma" lo studio dell'opera poetica nella sua interezza. Noi, letterati moderni, amiamo parlare di espressione, linguaggio, stile. Procedere dunque a un'analisi del componimento senza guardarlo nel suo insieme, in tutti i suoi aspetti, prescindendo quasi dal suo stadio finale, cioè dal senso vero del messaggio che il Poeta, sin dal primo verso, voleva trasmettere, è assolutamente impresa impossibile nonché soprattutto inutile.
In questa magnifica composizione si canta l'amore leopardiano. Giovane ed intimo. Impaziente e iperattivo. Fatto di notti insonni, di promesse scucite all'ultimo momento, di ricordi dolorosi e tristi. Un amore Lombardo deturpato. Che non conosce l'opportunità della clonazione bensì la consapevolezza del tradimento. Che resiste all'impossibile e lotta disperatamente per il "certo sicuramente mai", desunto dalle ragioni e dall'indifferenza dell'Altro (O Giovanni, o Giovanni/ perché non rendi poi/ quel che promettesti allor? Perché di tanto/ inganni noi pe' figli tuoi?). La delusione s'insinua nell'animo del Nostro come il tormento consapevole di un giocattolo rotto. L'impossibilità di vincere quell'amore paterno, che avrebbe fatto di un'illusione un'occasione felice, da presentimento si fa via via amara certezza. Petrarca è lontano da questo delirio dei sensi come Dante. L'attaccamento al potere qui sfiora i confini del vizio. Inconfessabile. Senza allegoria e luci d'eternità. Nessun simbolismo. Nessuna promessa di ripari escatologici. L'abbattimento finale ha come meta un boulevard (non quello provinciale di viale del Fante bensì, inesorabilmente, quello del definitivo tramonto).
Silvio è la promessa incompiuta di un amore giovane, sopravvissuto finora a tutte le tempeste politiche, condannato inevitabilmente a una fine prematura. Il ricordo non gli appartiene, non gli conviene. La sua memoria labile è uno stato di cui si può dire di un al di là di qua. E' il risultato tipico dell'amore leopardiano che duplica le cose, le esperienze, mostrando nel tempo una sorprendente "consuetudo revertendi". Ma la specialità del ritorno non appartiene solo all’irrazionale. E' tipica delle illusioni degli uomini. Riaffiorano anche dopo cocenti smentite sotto forma di esercizi transumanti e liberi. C'è sempre una finestra, un gabinetto, una scrivania dietro cui l'Ineffabile si cela, trova giusta dimora, insiste come un pensiero dominante per logorare l'insensibilità di chi tiene nervi d'acciaio. La teoria leopardiana dell'amore trova la giusta conferma nella dimensione politica: uomini e cariche sono la stessa cosa perché solo ciò che è potere è ideale e comune.
La lirica conserva i toni appassionati e struggenti, cari sempre al Poeta. Commovente il rimando agli orti (del comune?) ammirati con nostalgia da Donnalucata ed il mare mirato con timore da Jungi. Accenna con discrezione all'effimera pratica e governo di pie opere: ricordi lontani di antiche discendenze galleghe (cavaliere dell'Ordine di San Castiato?). Drammatico il finale. Il fantasma di Aquilino (scelleratamente bruciato nelle competizioni elettorali del 2008) agitato come incubo e l'involarsi dell'uccello: immagini fortemente caratterizzate dalla sopraggiunta e inevitabile decadenza.
Antonio Faraggiano di Montecampagna
Docente di Letteratura Italiana all’Università di Bergamo; poeta, romanziere e critico letterario, curatore della raccolta completa delle poesie del Pascoli, Bucoliche, in edizione critica e commentata.
A Silvio..
Silvio, rimembri ancora
quel giorno della tua vita normale,
quando Incardona non più
splendea negli occhi tuoi
ridenti e fuggitivi,
e tu, lieto e gioioso, il limitar
d’incarichi salivi?
Giravi pe’ le inquiete
stanze, e pe’ le vie d'intorno,
al tuo Onorevole canto,
allor che all'Opra Pia intento
sedevi, assai contento
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era tempo d’elezioni: e tu solevi
così menare il giorno.
Tu gli studi leggiadri talor lasciando
e le mai studiate carte,
ove dell’Avere di Papà tuo
si spendea la miglior parte!!
fin su i balconi del paterno ostello
saliva ratto il suon della tua voce,
e con la manina assai veloce
toccavi il fondo della stretta e ricca parentela.
Miravi il ciel sereno,
da Donnalucata agli orti,
e quinci il mar da Jungi, e quindi il monte.
Ad orecchio mortal non attacca
quel ch’io sentiva
in quell’Opra Pia di Lorenzo Busacca!!
Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvio mio!
Quale allor ci apparia
il buon Lombardo e l’autonomia!
Quando sovviemmi di cotante grida,
una lirica soave, una follia,
i facinorosi, i farabutti, i delinquentastri,
e rimembro ancor al Cinema Italia, con nostalgia.
O Giovanni, o Giovanni,
perché non rendi poi
quel che promettesti allor? perché di tanto
inganni noi pe’ i figli tuoi?
E perdevi il fior degli anni tuoi,
e non ti molceva il cor a cercar poltrone,
poi un dolce inganno e Tu, Galizia,
degli sguardi schifati e schivi,
dei tuoi compagni ai dì festivi
cercavi ancor l’Intesa, sì, ma con Malizia!
Anche cadrà fra poco
la speme tua dolce: alla provincia
negheranno i fati la rielezione.
Ahi, ahi, lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’Opra, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
e ci sovvien l’eterno, o sarà forse il vino:
o Silvio, farai la fine di
Pierluigi Aquilino!
All’apparir del vero
tu, in miseria, cadesti: e la tua mano
e la mala sorte e un gabbiano
ignudo, mostravi da lontano.
Socrathe
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Alla mia Venera sera
La sera è il tema caro al Poeta. Compose questa splendida poesia in un particolare periodo tormentato della storia comunale: il 16 giugno del 2008. Giorno in cui furono celebrate le elezioni a sindaco della città. Data infausta, questa, nella quale una donna, l'eroina cantata, appunto, in essa, quasi fosse una novella Salomè o la moderna interprete di un rinnovato Dolce Stil Novo, sperava di far fuori un rusticano e barbuto Giovanni per sottrargli le chiavi del salotto di Montalbano. Ma, ahimè!, la storia non le fu nè benigna nè propizia.
"La testa -gridava durante la campagna, la nostra sorridente e ammaliante aspirante sindaca - la testa, voglio! La testa del turco!” - E la testa del turco ebbe, a spoglio ultimato. Gonfia di morbida ricotta che provocò l'invidia furibonda di Cuffaro. Fu in quell'occasione che il pianto la vinse e l'espressione "Era meglio che andassi alla fiera!", immediatamente raccolta dal Poeta, si trasformò, a ragione, in una frase storica trovando nella descrizione del "singulto" la sua esaltazione lirica più commovente e più alta. Mostrata e non concessa, come in una papale costumanza, candidata per un giorno, aveva sapientemente coltivato, emula di Giovanna d'Arco, negli animi sconfortati di una sinistra spappolata e (in) rotta la tanto agognata speranza di una continuità legittima in un ripetuto pastrocchio.
Mi piace segnalare il frequente uso che fa il Poeta di eleganti metafore (cantarano) accompagnate da allegre sonorità. Per una delicata e strana sinestesia, la metafora, in questo caso citato, vuole suggerire al lettore la preziosità dello scrigno chiuso, sigillato e per ciò privo di suoni. Che tale debba restare, per evitare agli occhi lo sgradevole spettacolo di un artistico ed antico manufatto non osservato nella compostezza dell'insieme.
La poesia descrive atmosfere bucoliche e decadenti: suggestioni intense di pascoliana memoria. Fotografa abilmente il momento del crepuscolo come l'attimo sublime nel quale il "Franco" dolore si sciolse in pianto. Impiega ricercate ed ambigue licenze poetiche (rònzini/ronzini) per un'intima e fantastica coloritura delle immagini. Particolarmente malinconico il rimando a iutùbe: tocca le corde del cuore. Non lascia alcun dubbio sull'abilità magica e coinvolgente dell'Autore
Antonio Faraggiano di Montecampagna
Docente di Letteratura Italiana all’Università di Bergamo; poeta, romanziere e critico letterario, curatore della raccolta completa delle poesie del Pascoli, Bucoliche, in edizione critica e commentata.
Alla mia Venera sera
Il 16 giugno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c'è un breve mu mu di vaccarelle.
Le tremule foglie dei pioppi
Nel giorno delle tristi elezioni,
che lampi! che scoppi!
Che pena, la sera!
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e lontano.
Là, presso le allegre vaccarelle
singhiozza monotono un cantarano.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell'aspra bufera,
non resta che un grigio singulto:
era meglio che andassi alla fiera!
E', quella storia maldestra,
finita in un tuono di nube.
Dei fulmini fragili restano
immagini su iutùbe.
O Franco dolore, al mattino!
Sei la nube del giorno più nera
quella gonfia di pianto, o Susino!
candidata per l’ultima sera.
Mai più voli di rònzini intorno!
Niente comizi nell'aria serena!
La fama da Consigliera di giorno,
prolunga la triste e Sindaca pena.
La parte, sì piccola, i voti
nell’urna non l'ebbero intera.
Manifesti che volli appizzati,
sul palco vuoto
della mia ultima e torbida sera!
Don ... Don ... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di presa coscienza ...
Mi sembrano canti di gabbiano,
che fanno ch'io torni com'era ...
dopo tutto, un gran bel cantarano!
sul far della sera.
Socrathe
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Lui, segretario del Partito Democratico a Scicli. Lei, Venerina Padua, il Sindaco, anzi la sindaca. Una storia iniziata tardi e finita subito. La cronaca di un addio cantata a due voci.
Fonte::(www.youtube.com/venerinapaduasindaco)
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Svelato il mistero del silenzio post-voto del candidato a sindaco PD Venera Padua.
Eletta alle primarie del 4 maggio scorso, a furor di popolo, è giusto evidenziarlo, 480 votanti su un totale di 22.000 elettori sciclitani, o se vogliamo stringere la forbice dei numeri, 480 votanti su 4.000 elettori di area PD che avevano già votato per il partito di Veltroni alle consultazioni politiche del 13 e 14 aprile 2008, Venera Padua, Venerina per gli amici, si trova in questi giorni a Catanzaro, in Calabria, per offrire la sua proposta a Sindaca della città del peperoncino piccante, in vista delle prossime amministrative. "Ce la possiamo fare e ce la faremo", come a Scicli così in Calabria. Questo è l'attacco forte, deciso, del comizio di Venera a Catanzaro.
Il video dell’ultimo comizio della Sindaca con incipit nel nostro italiano bello ed epilogo in katan'ʦares.

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